Minoranza Pd pronta barricate ma rischia spaccatura

Divaricazione tra ala dialogante di Speranza e i duri e puri

La minoranza del Pd dà battaglia in Direzione sull'Italicum, non partecipando al voto che ha dato il via libera alla linea di Matteo Renzi, quella di far approvare definitivamente la riforma elettorale alla Camera senza modifiche. Ma il passaggio parlamentare rischia di spaccarla tra un ala più dialogante con Renzi ed una più intransigente, pronta anche allo strappo.

La maggior parte dei big della sinistra interna sono intervenuti. Assente Massimo D'Alema (impegnato con la Fondazione ItalianiEuropei con un appuntamento fissato un mese fa), Pierluigi Bersani è rimasto in sala solo per un po', lasciando la sede del Pd in anticipo. A far sentire la propria voce con toni assai duri sono stati soprattutto Alfredo D'Attorre e Stefano Fassina: il primo ha accusato Renzi di voler andare alle urne tra un anno, senza nemmeno portare a termine la riforma del Senato ("Se le cose stanno così lo si dica, cosi' ognuno potra' misurare i propri argomenti davanti agli elettori"); il secondo ha attaccato "i renziani della prima, della seconda e della terza ora" che sono "conformisti" come gli esponenti del Pd della Corea del Nord "e non hanno mai un dubbio". Decisamente meno aggressivo nei toni Gianni Cuperlo, che però ha stroncato l'Italicum che favorirebbe "il trasformismo". Da lui un appello a proseguire il confronto ("abbiamo discusso molto, ma non troppo", così come da Barbara Pollastrini ("Chiedo se non ci sia lo spazio per uno ragionamento insieme").

A Roberto Speranza è spettato, un po' per il suo ruolo di capogruppo, il compito di cercare di aprire degli "spazi di confronto". Un tentativo che però potrebbe portare le due anime della minoranza ( quella oltranzista e quella più dialogante) in rotta di collisione. Il ragionamento di Speranza è questo: se dopo l'uscita di Fi dalla maggioranza che sostiene le riforme, si tira fuori una parte del Pd non solo "rischiamo la spaccatura dentro il partito ", ma avremo anche delle riforme che poggiano "su una base più stretta". "Io credo ci sia spazio - ha sottolineato - di andare avanti senza veti e minacce o ricatti. Ci sono 20 giorni ancora, prendiamoci ogni margine possibile". E poi una frase che ha fatto sobbalzare i presenti: "La mia funzione la metto a disposizione per trovare una intesa nel Pd".

La non partecipazione al voto finale ha voluto indicare, ha detto Speranza, la volontà di non rompere proprio per proseguire il confronto alla Camera dove da domani inizierà la discussione in Commissione Affari costituzionali. A Speranza dunque il compito di convincere Renzi che in caso di modifica non ci saranno tranelli in Senato. "Fidati del Senato e del tuo partito", ha detto Cuperlo al premier. Ma da questo momento in poi occorrerà convincere soprattutto la maggioranza dei deputati del gruppo che è contraria alle modifiche richieste dalle minoranza (in una riunione del gruppo del Senato sono state bocciate con 70 voti contro 17): soprattutto sulle preferenze che, hanno ricordato Renzi e un graffiante Roberto Giachetti, erano invise all'allora Pds-Ds.
   

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