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Papa: due anni nell'Italia che cerca di ripartire

Vicino a persone e istituzioni,contro impoverimento di umanità

Mario Giuseppe Bergoglio ha lasciato l'Italia per Buenos Aires nel 1929, a 21 anni, e ottantaquattro anni dopo il figlio è approdato in Italia per fare il Papa. Il primo papa latinoamericano della storia della Chiesa ha intrecciato un rapporto normale e nello stesso tempo speciale con il Paese di origine della sua famiglia. In settembre a Redipuglia, dove gli hanno regalato il foglio matricolare del nonno Giovanni Carlo Bergoglio che ha combattuto nella prima guerra mondiale, ha chiamato alla responsabilità per il sangue dei fratelli ingoiati dalle guerre, ribaltando il "me ne frego" del Ventennio e dilatando a livello mondiale la condanna di tutte le guerre. Nei giorni scorsi, incontrando la Confcoopeative, ha chiesto un rinnovato slancio della solidarietà e onestà della economia cooperativa, contro la corruzione che contamina la società italiana e contro e la economia del dio-profitto che disumanizza il mondo.
    A giugno sarà a Torino per l'ostensione della Sindone, ma finora non sembra in programma nessuna visita ai luoghi d'origine della famiglia, nell'astigiano. Il 21 prossimo visiterà Pompei e Napoli e in settembre Firenze, per il convegno nazionale della Chiesa italiana. I viaggi in Italia fin qui compiuti, in particolare Lampedusa e Cagliari - per l'attenzione data alla realtà degli immigrati e della disoccupazione, Caserta, per la interpretazione del rapporto con le comunità pentecostali - hanno detto molto del suo modo di rapportarsi all'Italia.
    E' dei giorni scorsi la nomina don Francesco Savino, finora parroco di Bitonto, che nell'account di posta elettronica come per i suoi parrocchiani è semplicemente "don Ciccio", a vescovo di Cassano allo Ionio al posto di mons. Nunzio Galantino. Sia don Savino che diventa vescovo che mons. Galantino ancora più saldamente in carica alla Cei proseguono quella trasformazione della Chiesa italiana nel senso della pastoralità, della chiesa dei poveri e delle periferie che il papa latinoamericano persegue da quando è stato eletto. Una immagine di Chiesa che papa Francesco ha indicato molto chiaramente anche con le berrette italiane dei suoi due primi concistori: per Bassetti a Perugia l'anno scorso, e per Montenegro a Agrigento e Menichelli a Ancona lo scorso 14 febbraio.
    Nel linguaggio quotidiano, il Papa ricorre ogni tanto alle parole imparate dalla nonna, come quel "mugna quacia", cioè "faccia da immaginetta", nella udienza generale del 4 giugno scorso; altre volte invece crea neologismi dall'italiano: è il caso di quel "non costringere i poveri a 'mafiarsi'" raccomandato il 31 dicembre alla città di Roma.
    Dopo la sintonia registrata con Giorgio Napolitano in particolare circa la sobrietà e la preoccupazione per l'unità il bene comune, è ancora tutto da costruire il rapporto con Sergio Mattarella, la cui elezione comunque è stata accolta con simpatia in Vaticano. Il ritratto che del neopresidente ha fatto la prestigiosa "Civiltà cattolica", le cui bozze vengono riviste dalla Segreteria di Stato vaticana - in particolare per quanto riguarda la evocazione nel discorso di insediamento del presidente di parole come "'volti', 'comunità', 'unità', 'speranza' che nel tempo del leaderismo e della debolezza del diritto ricollocano al centro un insegnamento degli antichi: 'sub lege libertas' (siamo liberi sotto la legge)",- si basa su elementi apprezzati da papa Bergoglio. Inoltre la analisi del discorso di insediamento di Mattarella fatta dal gesuita Bartolomeo Sorge su Aggiornamenti sociali, mette in luce il fatto che per il nuovo presidente "la vera partita che oggi si gioca in Italia è tra la sfiducia della sua gente verso le istituzioni democratiche e la politica e la speranza di un futuro migliore, fondata non solo - osserva Sorge - sulle attese degli italiani, ma anche sulle energie vive di cui il Paese dispone". Sorge segnala inoltre che il nuovo presidente ha insistito molto sulla lotta alla corruzione, alla mafia, al terrorismo internazionale. Jorge Mario Bergoglio, arrivando in Italia 84 anni dopo che il papà l'aveva lasciata, ha effettivamente trovato un Paese sfiduciato, a prima vista incapace di speranza. Un Paese che ha perso molta di quella solidarietà che al tempo di nonna Rosa Sivori animava i rapporti tra le persone anche in situazioni di forte divaricazione ideologica e di estrema povertà. Ha trovato un Paese la cui umanità si è impoverita.
    L'argentino Jorge Mario Bergoglio, - che ha letto almeno tre volte i Promessi sposi, che vive la stessa sobrietà dei nonni italiani, la fede operosa e la gioia appagata di un cristiano che si impegna quotidianamente nel servizio di papa - può dare a questa Italia una scossa verso la ricostruzione, la speranza e la concretezza. (giovanna.chirri@ansa.it) 

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