Il copione è sempre lo stesso: la folla di miliziani a volto coperto coi fucili in aria, gli ostaggi sul palco costretti a dichiarazioni di propaganda, a ritirare il loro certificato di prigionia e i souvenir prima di essere consegnati nelle mani della Croce Rossa, per porre fine a un sequestro durato 16 mesi a Gaza. Ma stavolta i corpi scheletrici e i volti pallidi ed emaciati di Eli Sharabi, Ohad ben Ami e Or Levy raccontano di un sequestro che li ha resi i fantasmi di ciò che erano un tempo, scatenando l'ira di Israele che ha accusato i miliziani di "crimini contro l'umanità" oltre che l'indignazione delle famiglie dei rapiti, che hanno parlato di "immagini da Olocausto".
Parole che Hamas ha rispedito al mittente accusando a sua volta lo Stato ebraico di imporre "una morte lenta" ai palestinesi detenuti nei penitenziari israeliani, dopo che sette dei 183 prigionieri scambiati con i tre ostaggi sono stati ricoverati in ospedale per via delle "brutalità" subite in carcere. 'Siamo l'alluvione, siamo il giorno dopo della guerra', era la scritta che campeggiava sul palco allestito a Deir al-Balah, nel centro della Striscia. Un riferimento all'Alluvione di Al Aqsa, come Hamas ha denominato l'attacco del 7 ottobre, e una risposta al piano evocato da Donald Trump di una futura Gaza a stelle e strisce.
Ben Ami, 56 anni, è stato il primo a essere portato fuori dal pulmino di Hamas, seguito da Sharabi, 52 anni, e Levy, 34 anni, visibilmente pallidi e magri. Un teatro dell'orrore che ha chiuso per i tre ostaggi un incubo durato 491 giorni. Ma che ha sconvolto Israele e il mondo, spingendo Netanyahu a promettere ritorsioni: "Le immagini scioccanti che abbiamo visto oggi non passeranno inosservate", ha tuonato il premier israeliano, che in serata ha ribadito la sua intenzione di "distruggere Hamas", mentre il presidente Isaac Herzog ha descritto volti "affamati, emaciati e addolorati, sfruttati in uno spettacolo cinico e crudele da vili assassini".
Tornati in Israele, i tre sono stati ricoverati in ospedale dove hanno potuto riabbracciare i loro cari. Ma è stato un ritorno dolceamaro almeno per due di loro: Eli Sharabi ha saputo dai familiari che la moglie e le due figlie adolescenti sono state uccise dai terroristi nell'attacco del 7 ottobre. Anche Or Levy ha scoperto solo al suo ritorno in Israele che la moglie è morta nel massacro di Hamas, assassinata nel famigerato 'rifugio della morte' insieme ad altre 15 persone fuggite dal rave Nova. Per tutti e tre i rapiti, la prevedibile diagnosi dei medici è stata di "grave malnutrizione" accompagnata da una forte perdita di peso, confermando quanto evidenziato dai video in diretta da Gaza. Immagini che intanto la Croce Rossa ha chiesto non si ripetano più, "esortando tutte le parti, compresi i mediatori, ad assumersi la responsabilità di garantire che i futuri rilasci siano dignitosi e privati".
Con Ben Ami, Sharabi e Levy, salgono a 21 (16 israeliani più i 5 thailandesi) gli ostaggi liberati finora da Hamas nel corso del cessate il fuoco. In cambio dei tre rapiti, le autorità ebraiche hanno rilasciato 183 palestinesi: folle festanti hanno accolto i bus giunti dalla prigione di Ofer a Ramallah e nella Striscia, dove sono stati portati oltre 100 gazawi che erano stati catturati nel corso del conflitto. Tra i rilasciati, anche Eyad Abu Shkaidem, condannato a 18 ergastoli per aver architettato attacchi suicidi in Israele nel 2004. "Oggi sono rinato", ha detto al suo arrivo a Ramallah tra gli applausi della folla. Secondo il Palestinian Prisoners' Club, "tutti i prigionieri che sono stati rilasciati oggi hanno bisogno di cure mediche a causa della brutalità a cui sono stati sottoposti negli ultimi mesi. Sette sono stati trasferiti in ospedale".
Il giorno tramonta e già si guarda al sesto round di scambio di prigionieri, con ancora negli occhi le immagini shock che fanno temere per le condizioni degli ostaggi ancora da liberare, e anche per la tenuta della fragile tregua a Gaza. Netanyahu ha annunciato l'invio di una delegazione a Doha per discutere "dettagli tecnici" del cessate il fuoco, mentre al suo ritorno da Washington si riunirà con il gabinetto di sicurezza per discutere i negoziati per la seconda fase dell'intesa, ancora lontana. Intanto, a mostrare incertezza è un alto responsabile di Hamas, Basem Naim, secondo cui la "mancanza di impegno" di Israele "mette in pericolo" la tregua. In ogni caso, ha precisato, "tornare alla guerra non è certamente un nostro desiderio".
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