Mondo
  1. ANSA.it
  2. Mondo
  3. La partita a scacchi tra Biden e Putin

La partita a scacchi tra Biden e Putin

Per i rappresentanti di Washington e Mosca sarà una settimana di fuoco

Come nell'estate del 1972 quando Bobby Fischer e Boris Spassky diedero vita alla sfida scacchistica più famosa della storia, adesso tocca a Joe Biden e Vladimir Putin giocare sul filo del rasoio di mosse e contromosse tra diplomazia, minacce e movimenti di truppe che ricordano sempre di più gli atteggiamenti cupi della vecchia Guerra fredda. E' una battaglia con aspetti psicologici molto chiari ma anche con rischi concreti ed evidenti se solo fosse vero, come denuncia oggi il New York Times, che la Russia è in procinto di spostare anche elicotteri sul confine sempre più caldo con l'Ucraina. Per i rappresentanti di Washington e Mosca sarà una settimana di fuoco con incontri nel bilaterale di Ginevra, al summit Nato-Russia di Bruxelles e poi alla riunione dell'Osce a Vienna. Le posizioni sono molto distanti, quasi contrapposte per certi versi. Ma un vecchio adagio della diplomazia recita che fino a che si parla c'è sempre la speranza di evitare l'escalation. Su questo dialogo pesano però i dubbi e i sospetti reciproci.

Per gli Usa è evidente che Putin, contro le lezioni della storia, sta cercando di creare una nuova sfera di influenza nelle zone ex sovietiche chiedendo un inaccettabile veto su futuri allargamenti della Nato ad est. E dopo l'invasione della Crimea, le nuove manovre militari verso il Donbass non possono lasciare tranquille le cancellerie occidentali. Mosca, d'altra parte, vive una forte sindrome da accerchiamento e vede arrivare la Nato ad una distanza che ritiene pericolosa per i suoi equilibri strategici. Putin però dimentica che furono i russi ad entrare in Crimea, così come non è facile non pensare, cambiando per un attimo scacchiera, al ruolo dei militari russi in Siria o dei miliziani della divisione Wagner (vicini al Cremlino) in Libia. Insomma della Russia, gli Stati Uniti oggi fanno molta fatica a fidarsi.

L'atmosfera di questi incontri quindi è sicuramente difficile, la contrapposizione è evidente, le posizioni molto lontane e segnata da una forte diffidenza. Tuttavia, scavando un po' appare con una certa chiarezza che sia Washington sia Mosca avrebbero molti vantaggi da una soluzione diplomatica delle varie tensioni sul confine tra Europa e Russia, dove non c'è soltanto il nodo ucraino ma anche quelli di Kazakhstan e Bielorussia. Mosca dovrebbe assolutamente evitare la reazione americana che sarebbe fatta di pesanti sanzioni economiche e finanziarie che andrebbero a colpire un'economia russa già in crisi, oltre che isolare il Cremlino dal punto di vista politico. Washington continuerà a difendere i principi e i valori di libertà e indipendenza dei Paesi ma vorrebbe potersi liberare delle questioni con la Russia per dedicarsi a quello che ritiene sia il suo vero grande problema di oggi e del futuro: le tensioni con la Cina, la crescita politica e militare di Pechino nell'area dell'Indopacifico e la sua influenza globale in progressiva crescita.

Alla fine uno scontro sull'Ucraina non conviene a nessuno. Questo non vuol dire che si troverà facilmente una soluzione. Le crisi vanno gestite e quando questo non succede camminano per conto loro. E, fino ad oggi, sull'Ucraina non è complessivamente stata mostrata molta saggezza. Ma i colloqui di questa settimana possono portare almeno ad una nuova atmosfera se a prevalere saranno la moderazione e il dialogo. Altrimenti ogni possibilità, anche la peggiore, rimarrà aperta.

Chi al momento sembra ancora una volta tagliata fuori è l'Europa. L'Ue è rimasta sorpresa dal veloce ritiro americano dall'Afghanistan e dagli accordi Aukus con Australia e Gran Bretagna e anche oggi sembra in ritardo e fatica ad essere una vera protagonista della crisi che la tocca molto da vicino considerando i suoi interessi economici che sono diversi da quelli americani. Basterebbe soltanto pensare alle forniture energetiche che arrivano nel Vecchio continente da quell'angolo di mondo. I leader europei devono accelerare la costruzione di una concreta politica estera comune e di una vera identità di difesa europea. L'Europa dovrà velocemente essere in grado di muoversi in maniera autonoma di fronte alle grandi sfide di inizio millennio. Ma gli auspici della nuova presidenza di turno francese per ora rimangono quello che sono: parole.

La partita a scacchi è soltanto all'inizio. Ma è cominciata subito alla grande con i movimenti di torri e alfieri. A Reykjavik nell'estate del 1972 il mondo seguì e interpretò quella sfida come una lotta tra Occidente e Oriente nel pieno della contrapposizione tra Est ed Ovest. Disse Fischer: 'Non basta fare la mossa giusta, devi farla al momento giusto'. E aggiunse: 'Questo è il mondo libero contro i russi bari e bugiardi'. Gli rispose sommessamente Spassky: 'Normalmente la commistione tra politica e scacchi va a finire male'. (ANSA).
   

        RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

        Video ANSA



        Modifica consenso Cookie