Conservatori italiani in crisi, il ritardo da colmare

Precariato e arretratezza mentre i cinesi avanzano nella tradizione musicale del nostro Paese

Un calderone con 50mila studenti per far emergere il talento: a galla non ci sono le giovani star degli show televisivi serali, ma gli allievi dei conservatori italiani, oggi in bilico tra il precariato e un ordinamento che stenta a rinnovarsi dopo 17 anni. L’ultima riforma risale al 1999, che all’epoca sostituì quella del 1930. Delle 73 strutture (55 statali), quelle private rischiano di scomparire, per questo motivo il ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, ne ha annunciato una statalizzazione accennando ad un progetto in cantiere da anni: la creazione di ‘Politecnici delle Arti’ potrebbe essere il futuro dell'Alta formazione artistica, musicale e coreutica italiana (Afam).

Nel frattempo l’occupazione nel sistema dell’Alta formazione artistica continua a calare: secondo i dati di Alma Laurea solo il 53% dei diplomati trova un impiego. Di questi, il 37% ne cerca uno diverso, più stabile e meglio retribuito mentre la maggior parte resta ancorata al mondo dell’insegnamento, sempre più frequentemente con contratti precari. Nonostante tutto, le iscrizioni sono aumentate e la possibilità di emergere c’è. Il sistema Afam produce 14mila diplomati l’anno. E per quanto riguarda la musica, non solo nel campo della classica. Da tempo la contemporanea, il jazz e anche la musica elettronica entrano nel curriculum degli studenti. Una rincorsa – partita in grave ritardo e ancora con molto affanno – ai templi sacri di livello mondiale come il Berklee College di Boston, che storicamente collabora con rassegne internazionali in Italia come l’Umbria Jazz Festival. La concorrenza straniera viaggia a ritmi da metronomo impazzito e in Italia c’è comunque chi dall’estero ha cominciato la scalata ai conservatori: uno studente su dieci è straniero, quasi sempre cinese.

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