Economia

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Rischio bolla: sei segnali che il mercato non vuole vedere

Niente sembra fermare i mercati azionari, la cui corsa prosegue quasi senza soluzione di continuità. Tuttavia oggi sul mercato ci sono diversi elementi concomitanti che in passato sono stati il preludio dello scoppio di una bolla speculativa, anche se gli investitori sembrano sperare che “questa volta sarà diverso”. E’ la view di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy, che di elementi di attenzione ne individua ben sei: 1) ampia liquidità nel sistema, 2) fantastiche previsioni di crescita economica e dei profitti, 3) verticalizzazione dei movimenti rialzisti, 4) alta partecipazione di investitori retail, 5) elevata concentrazione del rischio sui settori innovativi, 6) predisposizione a pagare prezzi incredibili per società che non fanno utili.

 

Secondo il gestore, quando si assiste a una salita verticale del prezzo di un’attività, si entra in una fase caratterizzata da due importanti fattori: il primo è la totale perdita di controllo del rischio sulle posizioni detenute, il secondo è una netta riduzione dell’orizzonte temporale degli investitori (o speculatori) a detenere posizioni su questa attività.

 

Partiamo dal primo fattore. La perdita di controllo del rischio è dovuta al fatto che molti gestori, pressati dalla competizione a non sottoperformare rispetto alla concorrenza, sono obbligati a mantenere le posizioni, anche se sanno che il trend non può durare: in questo contesto psicologico, nessuno si prende il rischio di uscire in anticipo dal mercato o di ridurre le posizioni. In questa situazione, il rischio del portafoglio diventa dunque esattamente uguale al rischio di mercato.

 

Veniamo al secondo elemento. La riduzione dell’orizzonte temporale degli investitori è invece strettamente correlata all’entità dei profitti accumulati e non ancora realizzati. Il rischio che un profitto “sulla carta” possa sparire o ridimensionarsi in modo significativo induce l’investitore a pensare più ai profitti di breve termine, che andrebbero persi in caso di inversione del movimento, rispetto ai profitti futuri marginali. Infatti, i profitti futuri attesi si riducono man mano che il trend si verticalizza sempre di più.

 

Per questo motivo, le verticalizzazioni dei trend sono indicatori di fragilità del mercato e non di forza, come molti pensano oggi, perché fanno crescere l’instabilità prospettica e la vulnerabilità del mercato rispetto a qualsiasi evento possa potenzialmente ridimensionare i profitti: di norma è proprio il timore di perdere i profitti accumulati che genera l’inversione di tendenza e, nella fase iniziale di inversione, l’investitore è propenso a vendere a qualsiasi prezzo, per proteggere parte del profitto accumulato e non ancora realizzato. Per questo motivo le fasi di inversione sono sempre violente e rapide.

 

Novelli sottolinea un altro elemento importante, ed è il fatto che l’industria della finanza cancella sempre i track record dopo i grandi crack e risulta quindi alquanto difficile trovare fondi con una storia precedente alle crisi passate. Se andiamo ad analizzare la storia recente, sembra che quasi tutti abbiano iniziato a fare questo mestiere dal 2010 in poi, semplicemente perché le grandi perdite subite durante le crisi vengono cancellate dall’industria finanziaria e quindi il “fattore sopravvivenza”, cioè la capacità di reggere l'impatto di una crisi, è decisamente dimenticata quando si parla di ritorni di lungo periodo di un investimento.

 

Il mercato finanziario tende a fare molto affidamento sulle previsioni di consenso, ma Novelli osserva ancora che spesso le previsioni di consenso sono più un’indicazione di come vorremmo fosse il futuro. Un altro elemento che viene indicato come positivo per il trend in atto è l’elevato stock di liquidità nel sistema, ma anche su questo punto l’esperienza insegna che la liquidità è sempre ampia prima di una crisi. Infatti la liquidità dipende dalla propensione al rischio degli investitori e degli intermediari che la forniscono. Occorre dunque tenere ben presente che la contrazione della liquidità avviene sempre in concomitanza con la contrazione della propensione al rischio e non prima.

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