Marco Balzano e Moma badante romena

Romanzo sui trascorsi delle donne invisibili che vivono con noi

MARCO BALZANO, ''QUANDO TORNERO''' (EINAUDI, pp. 200 - 18,50 euro). Scrittore di lacerazioni, di addii e partenze, di abbandono delle radici che, naturalmente, restano invece sempre presenti, dopo gli storici ''L'ultimo arrivato'' e l'intenso, forte ''Io resto qui'' Marco Balzamo, che dà voce a chi non ce la ha, affronta, attraverso la storia di Daniela, Moma come la chiamano i suoi due figli, Angelica e il piccolo Manuel, una vicenda del presente, potremmo dire d'attualità, per scoprire (ha condotto una vera e propria indagine) le sofferte esistenze di quelle persone che da anni sono tra noi, divenute essenziali: le badanti che arrivano nelle nostre case dall'est Europa, con cui si intessono rapporti familiari ma sapendo poco di loro, poco interrogandoci su cosa abbiano alle spalle, forse per evitare di sentirci colpevoli.
    Nessun intento moralista, si tratta di un romanzo, di una storia, una bella storia costruita con sapienza in tre parti, per renderci partecipi di avventure, sentimenti, solitudini, affetti, sofferenze legate a una realtà dei nostri giorni, di questa Europa così difficile da costruire, grazie a quella capacità della letteratura, della scrittura di Balzano, asciutta, più realistica che mimetica, tanto da trovare così una propria intensità, una verità poetica, evitando di farsi semplice cronaca. Allo stesso modo, sapientemente, non lavora solo su dolore e fatica, ma ci conduce a un finale aperto al futuro.
    Moma è una donna ancor giovane che una mattina, senza dir nulla al marito Filip Matei, disoccupato da tempo, classe 1972 e facile a cedere all'alcol, e ai suoi figli, sparisce di casa, come è già successo a varie altre donne di Radeni, una non grande cittadina dell'interno della Romania, che si assumono la responsabilità di provvedere alla famiglia e vogliono evitare lo strazio degli addii e i ricatti sentimentali che vorrebbero fermarle. Un agire, quindi, che ferisce le donne che con coscienza lo mettono in atto, ma che lacera chi resta, specie i figli che vivono un senso profondo di abbandono che i soldi che poi arrivano, i regali richiesti in modo quasi ricattatorio, giochi, telefonini e capi d'abbigliamento dei marchi alla moda, non riescono a cancellare, con Moma che cerca di far resistenza: ''Non sono un bancomat''.
    Sono le donne insomma la parte attiva e responsabile della situazione. Nel nostro caso è del resto la figlia più grandicella, studente liceale, che fa in modo che la vita continui da quella stessa mattina in modo regolare, andando a scuola, e cerca di far capire al fratellino che Moma lo ha fatto per loro, ''altrimenti non potrete più studiare e a momenti neanche mangiare'', mentre vuole che possano ''vivere con le stesse possibilità degli altri'', sfuggendo a una condizione di miseria. Balzano però, che nelle tre parti del libro propone i punti di vista, legati a tempi diversi, dei tre protagonisti (il padre sparisce presto, costruendosi una sua vita con poca fortuna, di cui si vergogna), ha scelto di cominciare da quella più ferita e innocente, facendo parlare in prima persona Manuel, che dice di sentirsi orfano, frequenta la prima media e sa che ''la mamma di Jacob ha detto che stava via sei mesi e è in Italia da dodici anni''.
    Proprio questa voce più semplice col suo sentire e sbandare fa subito sì che il racconto non resti fine a se stesso, ma acquisti profondità, si arricchisca delle sfaccettature del quotidiano, proponga la vivacità di un modo d'essere con la sua giovanile voglia di trasgressione e ribellione, che avrà una conclusione tragica, con l'entrata in coma in seguito a una caduta da un motorino, che non si capisce quanto sia stato un incidente o una specie di sfida. Comincia allora la seconda parte, che è il contraltare di quella prima, con la voce di Moma, che è tornata subito e si è seduta ai piedi del letto del suo Manuel litigando con medici e infermieri avendo deciso di non muoversi finché questi non abbia riaperto gli occhi, venendo a patti col suo senso di colpa. E li, in attesa, racconta nel quotidiano, come donna e come madre, tra arroganza subita e nascita di affetti, che vita abbia fatto da quella mattina in cui 'fuggi' da casa, con tutto il suo ''mal d'Italia'', la depressione di chi torna dopo essere stato anni lontano da casa e figli. A questo segue il terzo racconto, di Angelica che si sta laureando in architettura nella città di Iasi, dove anche è l'ospedale. (ANSA).
   

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