Il Malinverno di Domenico Dara

Un uomo e un paese che vivono leggendo tra cimitero e biblioteca

(ANSA) - ROMA, 06 FEB - DOMENICO DARA, 'MALINVERNO' (FELTRINELLI, pp. 332 - 18,00 euro)

Romanzo con un suo piacevole fascino questo di Dara, che conferma quel carattere affabulatorio della sua riccioluta scrittura dal particolare e tenero realismo poetico, a sei anni dal suo esordio con 'Breve trattato sui sentimenti' cui si è aggiunto poi 'Appunti di meccanica celeste'. Una vicenda, questa, più ricca e risolta, che ha al suo centro un guardiano di cimitero, tombe di sconosciuti che incuriosiscono, visitatori misteriosi e storie d'amore, ma anche molto, molto di più, così si scopre subito che, nonostante questo, c'è davvero poca parentela con quello che è stato il libro più venduto in assoluto del 2020, 'Cambiare l'acqua ai fiori' di Valérie Perrin.

Qui il mistero è un fiore di cardo e chi lo può lasciare ogni tanto su una tomba del tutto anonima con solo la foto di una bellissima signora di cui nessuno sa nulla. Il nostro malinconico protagonista, Astolfo Malinverno, è infatti, da un certo giorno, il guardiano del cimitero, ma la mattina, ché il pomeriggio continua il suo appassionato lavoro di bibliotecario comunale di Timpamara, la cui ricca biblioteca rimpingua, spesso con titoli rari, salvando dal macero, cimitero dei libri, i più interessanti che arrivano a quintali alla cartiera locale, la più grande della regione, i cui operai usavano distrarsi leggendo i volumi sfasciati che capitavano loro tra le mani: "Avevano cominciato a imparare quei fogli a memoria, che poi si trovavano a usarli nei loro discorsi in piazza o al bar, frammezzando un bussìo di napoletana a Tressette con un alfieriano 'Ecco, piena vendetta orrida ottengo', oppure nella loro intimità, come quando Torquato Bonvicino usò parole di 'Cime tempestose' per farsi perdonare dalla moglie tradita". Per questo in paese tutti oramai avevano nomi letterari, come appunto Astolfo, che non a caso aveva quello di uno che è stato sulla Luna.

Astolfo zoppica, è solo, è perso nel suo mondo di poemi e romanzi che finisce per confondere con la vita vera. Così talvolta, quando termina di leggere un'opera, fa pubblicare un vero necrologio dell'eroe in questione sul foglio locale con tanto di indicazione di funerale alla chiesa di Timpamara. E, allo stesso modo, si innamora intensamente della piccola foto sulla tomba della donna dagli occhi magnetici, immaginando si tratti di Emma Rouault, ovvero la povera flaubertiana Madame Bovary. Ed è questa fantasmatica figura che finisce per sconvolgergli la vita col suo mistero, con in più quel cardo che qualcuno lascia sul suo marmo.

Insomma Timpamara è il luogo della libera immaginazione e il nostro tenero Malinverno vi è totalmente immerso, fino a quando la vita vera con i suoi dolori, i suoi sentimenti improvvisi e imprevisti, lo assale con l'apparizione di una donna in carne ossa esattamente eguale a quella della foto in questione, ma non meno misteriosa e che si presenta come Ofelia. Del resto simbolicamente Timpamara si estende dal manicomio a nord sino, a sud, al cimitero, e la sua vita oscilla tra morte e follia, con accadimenti sorprendenti e favolosi, se nel camposanto c'è un'ala per i libri morti, si seppellisce la gamba di una persona consultando Moby Dick, si uniscono in matrimonio vivi e defunti, senza parlare di quel signore che si aggira tra le tombe assorto e con cuffie sulle orecchie, spesso indispettendo gli altri visitatori.

Il romanzo così coinvolge con le figure di uno strano cane, Kachanka, e molti altri personaggi, dal becchino Marfarò al mugnaio Altomonte, dal marinaio Brognaturo a Parghelia che vuole prenotarsi un posto ben preciso per la sua tomba, appartenenti al mondo letterario e reale di Malinverno e del paese, tutto fantasie e disillusioni esistenziali, ma che risorge sempre perché la letteratura è più forte della vita e resta lì anche dopo un disastro naturale che tutto travolge.

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