Cameron, cupa storia vitale di buio e gelo

gentilezze senza amore, una coppia in un hotel dell'estremo nord

 PETER CAMERON, ''COSE CHE SUCCEDONO DI NOTTE'' (ADELPHI, pp. 244 -19,00 euro - Traduzione di Giuseppina Oneto).
    Un libro cupo che irretisce, sulla forza della vita che prevale nonostante tutto. Si va dalla notte al giorno, tra un treno che arriva e uno che parte. Si comincia col buio di una foresta che cancella la luce cui segue lo scendere della ''sera autentica, quando il sole tramonta invece di essere oscurato'' e si finisce con un bambino svegliato e sollevato ''perché guardasse fuori del finestrino. Voleva che vedesse il sole''.
    Tra i due estremi, una vicenda che si svolge in un nord quasi polare, appunto notturna e tutta tra neve e gelo senza mai sole, come appare la personalità di due protagonisti, un uomo e una donna (così, senza nome), marito e moglie. Una storia dai toni inquietanti, costruita su ambiguità, delusioni e incomprensioni, a cominciare da quelle tra loro, già in treno, quando lui non trova l'interruttore della luce e lei che sospira ''delusa, e il marito non capì se per la mancanza di luce o per la sua risposta: forse per entrambe le cose e altre ancora'', sino a quando lui ribadisce che la propria ''gentilezza fa parte dell'amore'' e lei risponde: ''La gentilezza - che parola orrenda! - la riserviamo a chi non amiamo, a chi non possiamo amare. Siamo gentili con quelli che non amiamo proprio perché non li amiamo''. La vita della coppia di protagonisti si svolge tra il Borgarfjaroasysla Grand Imperial Hotel, albergo di ''cupa magnificenza'' come quelli di una volta, con una hall buia'' con ''un'ampia distesa di moquette a motivi arzigogolati che si inseguivano all'infinito'', corridoi inquietanti, e unica luce, reale e metaforica, quella del bar aperto tutta la notte dietro una tenda di perline di vetro, e altri due luoghi, un grigio e labirintico orfanatrofio e la residenza di una sorte di guaritore, fratello Emmanuel, uniche ragioni, pare, per cui qualcuno si spinge sino a quel limite estremo del mondo. A portare un po' di vita, ambigui a modo loro, come ambigua è ogni esistenza, un donna, un'artista ormai avanti con gli anni, Livia Pinheiro-Rima, cantante di origini sudamericane rintanata in quella landa remota per fuggire a chissà cosa, reale o fantasmatico, e un uomo d'affari (anch'esso senza nome) lì per il petrolio e che è convinto di aver già conosciuto l'uomo, e intimamente, e lo coinvolge per salvarsi dalla solitudine e veder di riuscire a soddisfare i suoi bassi appetiti.
    Il fatto è che la donna sta assai male, ha un cancro a uno stadio avanzato e si è messa col marito in questo viaggio ''come del secolo precedente, una questione di giorni e non di ore'', per andare a ritirare un bambino nell'orfanatrofio, sia per soddisfare in extremis un suo desidero naturalmente inappagato, sia perché lui un giorno non vuol ritrovarsi solo. Il marito così, lasciandola in stanza, rimane spesso a girare per l'albergo da solo, a bere acquavite di licheni con la cantante o a mangiare fuori con l'uomo d'affari.
    Tra malori e fatti imprevisti il tempo passa anche se è come non passasse mai e la visita all'orfanatrofio e il ritiro del bambino si rimanda, colpa di tassisti che sembra ti portino dove voglio loro e di incontri inaspettati che segnano dentro, cambiando le carte in tavola. Così la lettura si fa avvincente, in un continuo di sorprese e cambiamenti e per la scrittura perturbante di Cameron, luminosamente cupa in un susseguirsi di notazioni e dialoghi, di invenzioni narrative e di similitudini stupefacenti e personalissime, intagliate dalla bella traduzione di Giuseppina Oneto. (ANSA).
   

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