Moreno Duran, in viaggio oltre i muri

Quel che si lascia e quel che resta comunque con sé

 AROA MORENO DURAN, ''COSE CHE SI PORTANO IN VIAGGIO'' (GUANDA, pp. 178 - 16,00 euro - Traduzione di Roberta Bovaia).
    Certe volte si è costretti o si sceglie di scappare e pare di non portare nulla con sé, nulla di materiale, perché c'è tutto un insieme di ''cose che si portano in viaggio'', sentimenti, sensazioni, reazioni, ricordi che restano con noi, cambiano e possono dimostrasi alla lunga anche molto ingombranti, pesanti.
    E' quel che accade a Katia, protagonista tedesca di questo romanzo che potrebbe definirsi europeo, ambientato in Germania ma scritto da una spagnola quarantenne alla sua prima prova narrativa.
    Europeo anche per la scelta di mettere al centro di un racconto sulle lacerazioni che creano nelle persone, nelle famiglie, nella società i muri, il muro per noi più esemplare, reale metaforico di tutti, quello di Berlino, costruito nel cuore dell'Europa nel 1961. E una nota finale, un postscritto ricorda che ''trent'anni dopo la caduta di quello, esistono nel mondo più di quindici muri con cui si cerca di impedire in modo violento il libero flusso delle persone''.
    Un racconto quasi secco, semplice e diretto, che ha la propria forza in questa sua scrittura e dimensione essenziale, senza sentimentalismi o una riga di troppo, rapido e cangiante, quanto immobile per quel che riguarda il rimanere sempre all'interno, nella testa e nel cuore, di questa ragazza che, nell'arco di trent'anni, diventa donna e si ritrova a fare i conti con se stessa, conti che assieme la spaventano e la attraggono inesorabilmente, chiudendo il cerchio emotivo e quello fisico-geografico nel punto di partenza, la casa dove Katia è cresciuta a Berlino, che sino al 1989 era Berlino Est nella DDR.
    Si inizia con lei bambina nel 1956 e un semplice ed efficace ritratto domestico della vita casalinga nella Repubblica Democratica Tedesca, dove è con la sorellina Martina e i genitori, esuli dalla Spagna di Franco dopo la guerra civile. Si rimane in quelle stanze e in quella parte di Berlino, dove nel frattempo è stato eretto il muro e chiusa la frontiera, sino al 1971, quando Katia accetta di scappare all'Ovest per amore di un ragazzo Jhoannes, che vive in un paese del sud della Germania occidentale, e vi si torna solo nel 1992, dopo la Riunificazione.
    Una fuga pericolosa, un po' in auto, un po' a piedi in un bosco in Cecoslovacchia e poi a nuoto l'attraversamento di un fiume che è confine con l'Austria. Una fuga decisa rapidamente e che è letteralmente abbandono di tutto e tutti, perché nessuno saprà nulla e lei uscirà di casa una mattina per non tornarvi più, sparendo, senza aver detto nemmeno una parola ai suoi per non coinvolgerli, ma per i quali è quindi come sparita nel nulla. Da allora l'unico contatto che avrà con casa sarà una telefonata nel 1979 di quattro parole dette velocemente da una voce che riconosce per quella della sorella Martina: ''Katia, papà è morto'', che non sa come abbia mai avuto il suo numero.
    ''La vita divenne un rullo compressore che schiacciava le settimane rendendole una sequenza di domani perennemente eguali''.
    Pian piano la libertà e il benessere della nuova vita perdono il loro fascino, il passato è come non passasse e persino il Lipsi, il ballo ''asessuato e assurdo'' creato a est per cercar di contrastare il rock può avere qualcosa di nostalgico. Lei è sempre considerata essenzialmente straniera (anche per i genitori spagnoli) e vive lo spaesamento di ogni sradicato, di chi ha tagliato i ponti essenziali con le sue origini, con in più un crescente senso di colpa, in un tran tran di solitudine, con due figli piccoli a scuola e il marito che non la capisce, al lavoro tutto il giorno: ''Se la guerra era fredda, io ero congelata'', ma non solo, perché ''c'era sempre qualcosa, dentro, nella pancia, nel cuore, lì a dirmi che io oramai avevo fato la mia scelta, che avevo puntato tutto quello che avevo, destabilizzando la mia vita e la vita di quelli cui volevo bene. E dunque questo sarebbe stato il mio castigo.
    Vivere senza terra''. Per ritrovare forse pace, per poter 'ripartire (Poechali- Andiamo, come disse Gagarin al via del suo storico volo) dovrà scoprire cosa è accaduto, quali tragedie si sono svolte dopo la sua partenza, quanto sono cambiati anche i luoghi, la terra della sua infanzia. (ANSA).
   

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