Giorno Memoria: in tv Testimoni di Auschwitz, tra dolore e speranza

Il 27/1 su Rai Storia, per la prima volta con immagini a colori

"La mia eredità è nata in un campo, potrei essere l'ultima sopravvissuta ancora in vita, l'ultima sopravvissuta dell'Olocausto ancora in vita": nemmeno la ferocia dei lager nazisti ha potuto sopprimere del tutto la scintilla della vita, come dimostra quello che miracolosamente è accaduto a Estare Weiser, testimone della Shoah, concepita dai genitori all'interno di un campo di concentramento e venuta alla luce il giorno prima che il campo venisse liberato dagli alleati. La sua è solo una delle incredibili 15 storie di dolore ma anche di speranza riportate alla luce dal documentario "Testimoni di Auschwitz", realizzato nel 2020 per il 75° Anniversario della Liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, e in onda in prima tv mercoledì 27 gennaio alle 21.10 su Rai Storia (canale 54). Introdotto e contestualizzato dal professor David Bidussa, questo lavoro offre al pubblico la possibilità di immergersi dentro una delle pagine più drammatiche e oscure del '900, attraverso un racconto emozionante e a tratti molto duro, che utilizza per la prima volta immagini a colori del campo di Auschwitz e di altri momenti della Shoah. Un approfondimento completo che documenta nei dettagli l'escalation dell'odio nazista contro chiunque fosse ritenuto "diverso", gli ebrei, i rom, i detenuti politici, gli omosessuali: dalla Notte dei Cristalli alla creazione dei Ghetti (oltre 800 in Europa), dalla deportazione alla "soluzione finale", fino ad arrivare alla vita dei deportati nella faticosa e inumana quotidianità del lager, tra lavori forzati ed espedienti per sopravvivere, ma anche piccoli gesti di solidarietà reciproca.
La voce e le parole dei sopravvissuti, oggi testimoni e custodi della memoria, alcuni dei quali parlano per la prima volta, risuonano come un monito, a tratti difficile da ascoltare: "Facemmo tutto il possibile per non soccombere alla disumanità", dice Edith Eger, mentre Judah Samet ricorda che "A sette anni avevo visto più morti che vivi, perché nel campo, ogni mattina, c'erano tra gli 800 e i 1200 cadaveri". E poi Moshe Avital, che afferma con dolore: "Avevo 16 anni e il giorno della liberazione fu il giorno più bello della mia vita, ma anche il più triste, perché scoprii che non avevo più nessuno, perché ero l'unico, il solo che era sopravvissuto".
Nei giorni bui del lager, i 15 sopravvissuti raccontati dal docufilm erano solo bambini o ragazzi, e ognuno si è chiesto per tutto il resto della propria vita come possa esser stata concepita una malvagità così cieca e insensata e dove fosse finito Dio in quell'inferno. Tra di loro, come documentano le immagini, c'è chi è stato strappato alla famiglia o chi è rimasto l'unico di tanti, chi è stato caricato su un carro bestiame lo stesso giorno del matrimonio, o ancora chi è stato costretto a sopravvivere alla separazione guardando dalla fila "giusta" con indicibile strazio gli sfortunati diligentemente in cammino verso la camera a gas.
   

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