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Lo zar della Scala Ildar, mondo cambia musica resta

Non parlo di politica, Gergiev stato il primo a congratularsi

 Era il 17 gennaio 2001, quando Ildar Abdrazakov salì per la prima volta sul palco della Scala nella Sonnambula di Bellini. E da allora la sua presenza è stata continua. Per sei volte questo basso - cresciuto negli Urali figlio d'arte, con mamma pittrice e papà regista - ha cantato alla prima del 7 dicembre. Ma quella di ieri con Boris Godunov per lui è stata speciale, al di là del successo personale che ha raccolto. "E' la sesta Prima e finalmente canto in russo" dice soddisfatto. Essere russo in questo momento non è facile. Lo hanno dimostrato le polemiche suscitate dalla scelta di un titolo russo per inaugurare la stagione del teatro milanese con tanto di proteste in piazza di una parte della comunità ucraina.
    In una intervista alla rivista del teatro, lui stesso ha ammesso che "la vita degli artisti russi si è molto complicata dallo scoppio della guerra in Ucraina: tanti colleghi hanno smesso di viaggiare a causa della loro nazionalità", non lui che nei prossimi mesi ha appuntamenti programmati nei prossimi mesi a Monaco e Boston e a marzo tornerà alla Scala con Les Contes d'Hoffmann. Però è attento a evitare le polemiche politiche "Io non sono politico e di politica non voglio parlare" taglia corto.
    Si entusiasma invece quando parla della Scala "la sua seconda casa", il "teatro più importante al mondo", e di questo Boris, studiato meticolosamente con il direttore Riccardo Chailly.
    Mettendolo in scena "la cosa più importante che hanno fatto il maestro Chailly e il sovrintendente Dominique Meyer è far capire che l'arte e la musica sono sopra tutto: il mondo cambia ma la musica rimane per sempre", "unisce il mondo". "Se avete visto il cast di Boris - aggiunge - siamo quasi tutti stranieri. Questo fa la cultura: unisce. Noi cantanti e musicisti parliamo con la lingua della musica e dell'arte e vogliamo rimanere questo: musicisti, artisti, cantanti. Non altro" Il primo a congratularsi con lui, chiuso il sipario ieri sera è stato Valery Gergiev, il grande direttore russo amico personale di Putin che non suona più in Occidente da quando non ha risposto alla richiesta di una dichiarazione in cui auspicava una soluzione pacifica del conflitto in Ucraina. "E' stato il mio primo maestro al Marinskij di San Pietroburgo" ricorda. Poi sono arrivati altri maestri, come Riccardo Muti ed ora Chailly.
    In tutto sei Prime di Sant'Ambrogio che non gli hanno fatto passare la voglia di arrivare a una settima, anzi. "Per l'apertura di stagione non posso dire, ma spero tanto di tornare qua" osserva. E visto che l'anno prossimo la stagione si inaugurerà con il Don Carlo e lui più volte ha interpretato il ruolo di Filippo II il suo sembra più che un auspicio. 
   

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