Riccardo Muti e la magia delle culture

Maestro dirige concerto in cattedrale per Le vie dell'amicizia

Lieve Wolfgang Amadeus Mozart: come un sussurro sale tra le candide colonne della cattedrale di Otranto, invasa per una sera dalla musica sublime dell'Ave verum corpus. Sul podio, Riccardo Muti, che torna alla sua amata Puglia per un concerto che è in realtà molto di più di una splendida serata di musica, conclusa da una lunghissima e meritata standing ovation. Da subito risuonano profondi gli archi per Orient & Occident, di Arvo Part, e le note più basse scivolano sulle corde quasi a formare un ponte ideale. E' questo il senso del programma del concerto, appuntamento del Ravenna Festival con Le vie dell'amicizia, che unisce questa volta Ravenna ad Otranto, due città affacciate ad est. Il maestro Muti dirige l'orchestra giovanile Luigi Cherubini, il coro preparato da Sergio Balestracci de La stagione armonica, insieme all'Orchestra e al coro del Teatro Petruzzelli: una folla di artisti, tutti attenti alla magica bacchetta, assiepati nell'abside che in questa occasione fa da cassa di risonanza. Poi viene la poesia d'amore che sembra una preghiera, Sa' linnai (Come un lumicino), con i versi in griko - antica lingua parlata nella grecìa salentina - di Salvatore Tommasi recitati da Renato Colaci, a spiegare che "Quelle parole antiche che rigiro/ io sempre nella mente, ad una ad una/ le ho raccolte e le ho messe sulla carta". Dal pubblico si alza il canto senza tempo di Mahni Sozlri (Pallida sposa), con il controtenore Ilham Nasarov, seduto tra la gente che ascolta dalle panche della chiesa, che spiega in azero l'amore che trascina altrove e lo fa con la soave grazia di una voce capace di toccare tutte le corde dell'anima. E s'inchina alla fine all'Albero della vita, quel mosaico misterioso che invade l'intero pavimento della bianca cattedrale dal 1165, opera del monaco Pantaleone, autore che mescolò Bibbia e Torah, Islam e Cabbala, in un inestricabile labirinto del destino. Tra quelle mura di dolore, arriva poi la grazia gentile di Franz Joseph Haydn, con Die Schopfung, La creazione, e il dialogo d'amore tra Adamo ed Eva. Quasi a dire che la vita poi, non è solo dolore ma immagine della luminosa presenza di Dio: "dalle rosee nubi irrompe, / destato da dolce suono, / il mattino giovane e bello". Cantano Rosa Feola, Matthias Stier e Thomas Tatzl, e poi il coro esplode in tutta la sua potenza sotto il soffitto barocco. Ma siamo sempre nella cattedrale dove ancora oggi riposano le ossa degli 813 Martiri di Otranto, uccisi il 14 agosto del 1480 dagli invasori turchi perché non si erano voluti convertire all'islam. Avvolta in un elegante rosso sudario di seta, la soprano Simge Buyukedes, ce lo ricorda: percorre scenograficamente tutto l'albero della vita, in un momento di grande suggestione (canta Heyer karanlik, Ovunque è buio, nell'antica lingua turca), per raggiungere e tendere la mano verso la cappella che ancora mostra, a chi la visita, le ossa dei martiri. La serata non poteva che concludersi con Giuseppe Verdi, che con la direzione di Muti trova sempre sfumature inarrivabili, sorprendenti, inaspettate. Niente c'è di più sacro e solenne del Te deum, e la cattedrale esplode di suoni, come una preghiera potente, che nessun dio, neanche il più distratto e lontano, può ignorare. (ANSA).
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