Riscoprire Lautréamont a 150 anni dalla morte

Lanciato da Breton, fu considerato un precursore del surrealismo

Gli scandalosi ''Canti di Maldoror'' sono prose paradossali con spunti realistici noir che sembrano quelli di certi romanzi d'oggi, ma riscattati da uno stile apocalittico che nasce da immagini allucinate e misteriose e gioca parodisticamente sui procedimenti dei foschi romanzi neri d'epoca e di quel grand guignol popolare che sarebbe diventato di moda a Parigi dopo pochi anni la morte dell'autore, il conte de Lautréamont, al secolo Isidore Luciene Ducasse, scomparso improvvisamente a 24 anni esattamente 150 anni fa a fine novembre 1870 e considerato poi, mezzo secolo dopo, da Breton un anticipatore del Surrealismo.
    Per l'occasione Castelvecchi pubblica in italiano una biografia romanzata sulle poche basi documentarie di Lautréamont intitolata ''Non lascerò memorie'' scritta dall'uruguaiano Ruperto Long (pp. 256 - 18,50 euro - Traduzione di Roberta Arrigoni). Del resto in Uruguay, a Montevideo era nato il nostro il 4 aprile 1846, dove suo padre lavorava al Consolato Francese e dove sua madre si suicidò quando lui aveva 13 anni e venne spedito in Francia, in un duro collegio a Trabes per finire gli studi e l'anno dopo passato al Liceo di Pau, pare in seguito allo scandalo di una adombrata omosessualità del ragazzo e due suoi giovanissimi compagni di scuola, che finiranno poi con insegnanti e tutto nei suoi scritti.
    La scrittura è evidentemente una sua passione, rifugio e via di fuga, e attorno ai vent'anni inizia proprio i ''Canti di Maldoror'' e nel 1868 pubblica anonimo il primo e il padre l'anno dopo lo aiuta a trovare chi stampi tutta l'opera composta di sei canti e che viene firmata con lo pseudonimo di Compte de Lautréamont. Gli editori, gli stessi di Baudelaire, Lacroix e Poulet però non la distribuirono per pura della censura. Oggi ne troviamo in italiano tre edizioni, nelle collane economiche della Bur, di Garzanti e di Feltrinelli.
    A proposito di queste pagine, ''scritte in una prosa d'ampio respiro, tumultuosa e frenetica'', come la definì Diego Valeri, in una lettera l'autore, cercando di mitigarne l'impatto, dichiara di aver voluto ''cantare il male, come han fatto Mickiewickz, Byron, Milton, Southey, Alfred de Musset e Baudelaire ... naturalmente esagerando il diapason per fare del nuovo nel senso di quella letteratura sublime che non canta la disperazione per opprimere il lettore e fargli desiderare il bene come medicina''. Ma è proprio per questo che André Breton nel 1919 sosterrà che il suo lavoro rimette in discussione il linguaggio andando oltre La liquidazione di un certo romanticismo imputridito dal languore. E' infatti un libro visionario per molti versi, ambiguo e cruento il cui protagonista, ribelle e enigmatico, messa da parte la realtà, si abbandona totalmente all'immaginazione e all'inconscio ritrovandosi immerso in un mondo di miseria e e malvagità, che oggi ci appare molto più chiaro di come poteva sembrare ai suoi tempi.
    Lautréamont, vista l'impossibilità di render pubblici i ''Canti'', sperimenta un tono diverso, una scrittura più ironica e giocata tra speranza e disperazione esistenziale nelle sue ''Poesie'' di cui usciranno due volumi postumi. E' qui che scrive: ''Esiste una convenzione non troppo tacita tra l'autore e il lettore, / secondo la quale il primo si definisce malato e accetta l'altro come infermiere. / E' il poeta che consola l'umanità!'' aggiungendo che è ora di ''riprendere in mano il filo della poesia impersonale''. La prosa è costruita come ad incastro tra brevi frasi e lunghi periodi carichi di elenchi di aggettivi e sostantivi fino a costituire ''un vero blocco'' granitico, come lo definisce Maurice Blanchot. Sono pagine più ambigue e complesse pervase da un fervore costruttivo al contrario di quello didascalicamente distruttivo dei ''canti''.
    Così Isidore Ducasse, considerato a lungo una specie di folle dannato, rinasce alla modernità con Breton, per il quale ''il costante bisogno di una dimostrazione per assurdo non deve venir considerato un segno di irragionevolezza'' e che vede come una sorta di parola d'ordine l'affermazione ''la poesia deve essere fatta da tutti, non da uno''. (ANSA).
   

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