Marietti 1820, con 'Amore' al via Parole in viaggio

Carola Barbero apre festa. ANSA anticipa un brano

Si intitola "Parole in viaggio" e parte dal Circolo dei lettori di Torino venerdì 14 febbraio alle 18 (ingresso libero) l'iniziativa organizzata dalla casa editrice Marietti 1820 per celebrare due secoli di attività.
    Nove le città coinvolte (ad ogni tappa è associata una parola) per 11 lezioni, uno spettacolo e una mostra di libri e documenti (il programma dettagliato, che si avvale della collaborazione di Bper banca, Emme promozione, Edimill e Tuna bites, è sul sito www.mariettieditore.it/bicentenario).
    Per l'ANSA in anteprima il testo di Carola Barbero, dedicato alla parola amore, su cui si focalizza il primo degli appuntamenti per il bicentenario. Barbero, docente di Filosofia del linguaggio e Filosofia della letteratura all'Università di Torino, è autrice del libro "Addio. Piccola grammatica dei congedi amorosi", pubblicato da Marietti 1820, in libreria da alcuni giorni.
    AMORE di Carola Barbero Che dire dell'amore? Parola tanto bella quanto difficile.
    Numerose le sue declinazioni: l'amore per la natura, per gli animali, per i figli, per la patria, per la geografia, per le guide Michelin, per i tramonti, per il gelato, per il tango e per gli haiku. Ma non è di questi che vorrei parlare, bensì di quello tremendo e magnifico che fa battere il cuore ai limiti dell'infarto, passare l'appetito e brillare gli occhi. L'Amore, quello romantico, di cui Vinicio Capossela si chiedeva, con la sua voce roca e dolcissima, che cosa fosse, per poi rispondersi «chiedilo al vento», fornendo così una risposta simile a quella che nell'XI libro delle Confessioni Agostino dava a chi gli chiedeva che cosa fosse il tempo («se nessuno me ne chiede, lo so bene: ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so»).
    Dell'amore i filosofi si son sempre occupati: Platone dice che consiste nella continua ricerca di «far uno ciò che è due» e Hegel nell'«obliarsi in un altro se stesso e poi ritrovarsi in questo oblio». E se invece convenisse rassegnarsi all'idea che sia qualcosa di «impossibile a definirsi», come sentenziava uno dei maggiori esperti in materia, Casanova (evidentemente più interessato alla pratica che alla teoria)? Anche se così fosse, da numerosi esempi possiamo comunque imparare molto. L'amore è quel sentimento che Gatsby, il Grande Gatsby, prova per Daisy, il fiore della sua vita, la margherita ("daisy" significa "margherita") che giorno dopo giorno ha tenuto tra le dita e vicino al cuore, staccando un petalo dopo l'altro mentre passavano gli anni («cinque anni il prossimo novembre»), nella certezza che avrebbe finito col trovarsi il petalo del "m'ama" in mano e la sua amata accanto.
    Si dirà, ma quello è un esempio letterario, e se ci spostiamo a considerare qualche esempio reale? Pensiamo a Pablo Picasso e Dora Maar, Maria Callas e Aristotele Onassis, Frida Kahlo e Diego Rivera. Si amavano? Sì, immensamente, e avevano quella bellezza cristallina e lucente tipica dell'Amore, che mette in ombra il mondo intero. Niente male in effetti. Ma quando l'Amore finisce? Come sottolinea Roland Barthes, «allora finisce! Nessuno - salvo gli altri - lo sa mai».
    Picasso lasciò la Maar (che poi disse di lui «non è un uomo, è una malattia») nel 1943, quando si innamorò di Françoise Gilot, e Dora cadde in depressione e fu costretta a curarsi in una clinica psichiatrica. La Callas (che aveva detto «finché non ho incontrato Onassis non sapevo che cosa fosse l'amore») restò con il suo armatore per dieci anni, fino a che lui non si sposò con Jacqueline Kennedy (peraltro informando poi la povera Maria a cose fatte) spezzandole il cuore e l'equilibrio psichico per sempre. Frida Kahlo tradì per tutta la vita, ampiamente ricambiata, suo marito, e chiese il divorzio solo quando lui ebbe una storia con sua sorella (ma poi se lo riprese e restò con lui fino alla morte).
    Sarà pur difficile dire cosa sia l'Amore, ma considerate le peripezie degli innamoramenti, le domande sorgono numerose: siamo proprio sicuri che valga la pena di mettere il nostro cuore nelle mani di un'altra persona? E se avesse avuto ragione Marguerite Yourcenar nel dire che l'Amore è una punizione per non essere riusciti a restare soli? In effetti, anche senza prospettare finali terribili, non è forse vero che soffriamo continuamente per amore? Che più spesso di quanto vorremmo ci ritroviamo a dovere interrompere una relazione senza riuscire a farlo? Come capire che cosa è successo a quell'Amore? Dov'è andato, che fine ha fatto (come si domanda Raymond Carver in Di cosa parliamo quando parliamo d'amore)? Come si fa a dire "Addio"? Forse è un po' come guardare dal basso un trampolino altissimo: vengono le vertigini. Poi vediamo la scaletta e i gradini che arrivano fin lassù. Proviamo a salirli, tenendoci stretti con le mani tremanti e sudate. Ogni gradino è un ricordo, uno sguardo, un ripensamento, una spina di malinconia. Arriviamo in cima, al momento del nostro Addio: leggero, pauroso, veloce e potente come un tuffo dal trampolino più alto. Ecco, ci tuffiamo e nuotiamo via, per poi ricominciare ad amare o a vivere (il che poi è lo stesso). 

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