Libri
  1. ANSA.it
  2. Cultura
  3. Libri
  4. L'intervista
  5. Bernard-Henri Levy, l'Europa lotti contro il sovranismo

Bernard-Henri Levy, l'Europa lotti contro il sovranismo

Il filosofo, da Italia buon esempio. Afghanistan? Armiamo Massoud

"Ci sono due tipi di scrittori, entrambi rispettabili, quelli chiusi nella loro torre d'avorio e quelli che guardano fuori e si buttano tra le persone. Io sono tra questi ultimi e non cambierò mai": Bernard-Henri Levy, filosofo giornalista per Paris Match e La Repubblica, reporter, scrittore è l'esempio classico, e anche molto francese, dell'intellettuale sempre militante. Alla Festa di Roma, con la sua 'divisa' di completo scuro e camicia bianca, la stessa che ha indossato pure tra i peshmerga curdi, ha portato oggi un film-documentario che mostra le sue missioni tra i conflitti più o meno dimenticati, la sua voglia di esserci e documentare. Si intitola Une autre idée du monde (The will to see), co-diretto con Marc Roussell e il 28 ottobre, per La Nave di Teseo, uscirà il libro da cui è tratto, Sulla strada degli Uomini senza nome.
    Levy, 72 anni ancora di grande energia e carisma, documenta l'umanità in Nigeria, Ucraina, Somalia, Grecia, Bangladesh, Kurdistan, Libia, Afghanistan, negli stessi mesi in cui in Europa si pensa solo al Covid: inviato da un gruppo di giornali per raccontare luoghi di sofferenza e guerre dimenticate. "Avevo 22 anni quando ho raccontato la mia prima guerra , era in Bangladesh e da allora, sono passati 50 anni e io sono sempre lo stesso. Tanti intellettuali che conosco hanno cambiato giacca , io ho gli stessi sogni, le stesse speranze, e spero la stessa energia", dice in un'intervista all'ANSA, "e anche la tristezza che mi resta addosso l'ho sempre avuta. Oggi se ne aggiunge un'altra però che prima non avevo: il mondo diventa sempre più egoista, sempre più feroce. Il sovranismo cresce, è una piaga e non c'era quando ero più giovane. Per l'Europa è un orizzonte cupo se non lotta questo sovranismo. In Italia siete stati bravi, sono molto felice del risultato delle recenti elezioni, finalmente una buona notizia, Salvini e i suoi sono in declino, state dando un buon esempio". Guardando al passato ammette Levy che "con gli 'ismi', la fine delle utopie, siano andate via anche le speranze. Io resto dell'idea che l'Europa è un bene, è una culla di civiltà, una portatrice di valori universali, ma certo deve dire no ai muri che pure sta costruendo. Nel 1989, con la caduta dell'Urss e del muro di Berlino, abbiamo vissuto una grande esaltante stagione di speranza ma la Fortezza Europa che pure esiste purtroppo rischia di cambiarci in peggio. Su questo sono partigiano - prosegue Levy che si definisce 'centrista militante' - non permetterei all'Europa di avere in seno un'Ungheria che non rispetta le regole morali, come pure una Turchia nella Nato a tutti i costi". La firma del Trattato del Quirinale, che rafforzerà i rapporti Italia-Francia, "avendo due leader forti come Draghi e Macron" è un motivo di speranza per lo scrittore.
    Su tanti argomenti caldi Levy dice di avere risposte ("non amo la falsa modestia degli intellettuali che dicono di porre solo domande"): per esempio? "Sull'immigrazione: non sono per la brutalità del rifiuto nè per apertura incondizionata, la soluzione è ospitalità e accoglienza nelle regole". Sul ritorno dei talebani in Afghanistan, previsto nel suo film ampiamente ("nel mondo indifferente, concentrato sul virus misterioso, rinasce dalle proprie ceneri la riconquista dell'Afghanistan", dice nel documentario), il filosofo francese dice: "l'Occidente non è sconfitto, venti anni non sono passati invano, ho visto come la società è cambiata, le giovani generazioni diverse, sono sicuro che sapranno reagire. E se veramente volessimo fare la cosa giusta, una ci sarebbe e subito: armare la resistenza del figlio di Massoud"". 
   

        RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

        Video ANSA




        Modifica consenso Cookie