Cultura

Bruno Barilli, scrittore, artista, funambolo

Intellettuale, musicista e critico musicale, tra i fondatori della “Ronda”, Bruno Barilli (Fano 1880 - Roma 1952) ha attraversato momenti storici e stagioni letterarie importanti del Novecento italiano. È stato uno dei maggiori protagonisti della vita culturale dell’Italia tra le due guerre e un vero e proprio bohémien della scrittura, dalla prosa d’arte alla letteratura musicale e di viaggio, dalla critica cinematografica alle corrispondenze di guerra. La Biblioteca Nazionale Centrale di Roma intende oggi restituire attualità alla sua figura con la mostra Bruno Barilli.

  Scrittore artista funambolo (lun-ven 10-19, sab 10-13, ingresso gratuito, fino al 23 maggio 2015), a cura di Paola Montefoschi. L’esposizione si inserisce a pieno titolo nel neonato progetto di Spazi900, che ha come obiettivo principale quello di valorizzare i fondi novecenteschi della Biblioteca Nazionale: il fondo Barilli rappresenta, infatti, il fulcro di questo percorso espositivo, tra manoscritti e carte autografe, alcune inedite (una descrizione di Piazza Navona e della chiesa di sant’Agnese in Agone, appunti sui viaggiatori ferroviari delle tre classi, sulle guerre coloniali fasciste, sul film Verdi di Carmine Gallone), riviste d’epoca, prime edizioni dei suoi libri e i sessantasette taccuini che hanno accompagnato la vita dello scrittore.
   

  Gli straordinari esordi letterari di Barilli sono strettamente legati all’avvento della Grande Guerra, di cui nel 2015 ricorre in Italia il centenario: da inviato speciale sul fronte balcanico dal 1912 al 1914, visse di persona e raccontò con una scrittura che va oltre la cronaca i sanguinosi preludi del conflitto. Fu nel pieno della prima guerra mondiale che esplose la sua attività di “dovizioso fantasista”, come la definì Emilio Cecchi: Barilli pubblicò, infatti, i suoi primi articoli di critica musicale nel 1915, anno, tra l’altro, di composizione del suo secondo dramma lirico, Emiral, di cui sono esposti i costumi e bozzetti realizzati da Veniero Colasanti per la messinscena nel 1943 al Teatro dell’Opera di Roma.

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