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Weaver, diritto all'aborto è difesa della donna

A Sundance film e docu su gruppo che ha supportato 12 mila donne

Volantini incollati su mura e cassette della posta per le strade di Chicago, con scritto 'Incinta? Preoccupata? Chiama Jane' e sotto un numero di telefono. Era il modo con il quale si poteva contattare, tra il 1968 e il 1973, il Jane Collective, un collettivo clandestino femminile animato da componenti di storie ed estrazioni diverse, che, in anni nei quali l'aborto era illegale quasi ovunque negli Usa, ha dato modo a quasi 12 mila donne di terminare la gravidanza in modo sicuro e a basso costo. Una storia di incredibile attualità visti i crescenti limiti che vari Stati americani stano invocando sul diritto all'aborto (con il rischio di una prossima sentenza in questo senso della Corte Suprema), che è al centro di due titoli molto attesi del Sundance Film Festival. Phyllis Nagy, candidata gli Oscar nel 2016 per la sceneggiatura di Carol, firma Call Jane (che sarà anche al Festival di Berlino), con Sigourney Weaver, ed Elizabeth Banks, nel quale si rielabora il racconto in forma di fiction, mentre le documentariste Tia Lessin e Emma Pildes, già nominate negli anni scorsi agli Academy Awards e agli Emmy, firmano il film non fiction The Janes, prodotto dalla Hbo e realizzato con la consulenza storica di una delle prime componenti del collettivo, la scrittrice Judith Arcana. "Il diritto all'aborto è sempre stato sotto attacco, ma nell'ultimo anno è diventato ancora più urgente parlare di questo tema pubblicamente e attraverso l'arte - spiega Phyllis Nagy negli incontri in streaming -. I personaggi in Call Jane racchiudono varie protagoniste reali dei fatti. Ci siamo presi qualche libertà narrativa, per onorare quello che hanno fatto queste donne e il loro coraggio". Così nella storia ambientata a fine anni '60, che unisce dramma e toni più leggeri ("come succede nella vita" commenta la regista) conosciamo Joy (Banks), casalinga borghese, moglie e già madre di una figlia adolescente: la donna, di nuovo incinta, dopo essersi vista rifiutare dall'ospedale un aborto terapeutico, nonostante la sua vita sia in pericolo, decide di rivolgersi al Collettivo, guidato da Virginia (Weaver), appassionata attivista (ispirata alla fondatrice del gruppo, Heather Booth), che la assiste dal primo contatto a dopo la 'procedura' (raccontata nel film con grande sensibilità e realismo). La dedizione e gli obiettivi delle 'Jane', fra le quali c'è anche Gwen (Wunmi Mosaku), portano Joy a farsi coinvolgere sempre di più nelle loro azioni, ma non mancano i rischi. "Il mio personaggio, Virginia, non sarebbe sorpresa nel vedere che certi temi tornano a essere messi in discussione, visto che le decisioni continuano ad essere prese quasi esclusivamente ad anziani uomini bianchi - spiega Sigourney Weaver -. Essendo cresciuta negli anni '60, non ho mai mai dato questi diritti delle donne per scontati. Ho visto quanto sia costato ottenerli e sapevo che saremmo dovuti tornare ad agire per difenderli. Il film in questo senso è un risveglio, diretto anche alle nuove generazioni. Si riporta al centro la difesa anche fisica della donna, il suo diritto a scegliere per la propria vita, la propria famiglia, in sicurezza", visto che rendere illegali gli aborti "certamente non li eliminerà. Li renderà solo più pericolosi" aggiunge Wunmi Mosaku. Con Call Jane celebriamo "il senso di comunità che ha unito le donne del Collettivo e anche noi sul set - sottolinea Elizabeth Banks -. Celebriamo il coraggio di queste guerriere, dobbiamo raccogliere il loro testimone e non arrenderci". Un placet importante per Call Jane arriva proprio dalla fondatrice del collettivo, Heather Booth, che durante l'incontro scrive a regista e attrici di aver trovato il film "favoloso. Anche se con delle licenze narrative, si cattura lo spirito che ci animava - spiega -, la cultura, il contesto, soprattutto nel raccontare la nostra lotta per l'uguaglianza, il rispetto della realtà dei corpi e la sorellanza che ci legava".

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