Claudio Lippi, quest'anno Sanremo è solo un marchio

"Ho detto no a programma Rai2. Vorrei far parlare la gente"

Da tempo Claudio Lippi ha preferito la televisione alla musica. Ma non l'ha accantonata definitivamente, tanto è vero che quest'anno aveva deciso di presentare un brano al Festival di Sanremo. "E per fortuna non mi hanno accettato, mi avrebbe creato parecchia ansia", dice ridendo, pensando a questo strano festival che si farà comunque, anche in tempo di pandemia, seppure tra mille restrizioni e regole anti Covid. "Ma io non mollo - avverte scherzando -. E lascio il brano a un notaio perché ogni anno, anche dopo la mia dipartita, sia presentato alla commissione del festival, è una questione di principio".

Poi torna serio, e si schiera tra coloro che avrebbero preferito un rinvio della manifestazione. "Magari a settembre, con un buon numero di vaccinazioni fatte. Il festival non può prescindere da quello che ha rappresentato per 70 anni. E' talmente legato alla storia, all'atmosfera che si crea, l'unico vero evento in Italia, il più longevo, il più visto e commentato anche da chi dice con snobismo di non guardarlo. Ma quello di quest'anno non è il festival, è solo un marchio abbinato a due conduttori". E allora dato che "hanno rimandato di un anno le Olimpiadi di un anno e i campionati Europei di calcio, eventi intorno ai quali ci sono comunque forti interessi economici, non ci si poteva fare un pensiero anche per il Festival?".

Da cantante, è convinto che televisivamente la platea vuota ("ma perché non si è riusciti ad avere un pubblico tamponato come in tante altre trasmissioni?") si avvertirà poco, mentre "per l'artista è sempre fondamentale avere un pubblico". "Quando canto ci metto il cuore per far sì che l'emozione arrivi al cuore di un altro. Cantare per nessuno e rimanere chiusi tutto il giorno in albergo non crea esattamente il clima ideale per portare emozioni".

In tv, Lippi avrebbe dovuto debuttare in coppia con Samanta Togni alla conduzione di Domani è domenica!, rotocalco settimanale al via da sabato 13 febbraio su Rai2. Ma dopo un primo abboccamento, ha preferito rinunciare. "Sono grato all'azienda e a Rai2 della proposta ricevuta, ma dopo 56 anni di carriera penso di avere il diritto di fare scelte di contenuto diverse, che vanno nella direzione di un contatto con il pubblico", spiega. Quello su cui vuole puntare è il rapporto con la gente, con la G maiuscola. "Far parlare chi ha cose da dire e non sa a chi dirle, a chi ha trovato il modo di reinventarsi. Non invento nulla, ma è un linguaggio che può essere ritrovato".

Molti i progetti nel cassetto, "diversi dall'intrattenimento del sabato mattina, che metto a disposizione prima di tutto della Rai, il mio primo amore, ma sono pronto a realizzarli con chiunque li capirà, dalle televisioni commerciali a quelle satellitari", aggiunge.

Si definisce un "umile clown, un portatore di sorrisi, mediatore tra telecamera e spettatori" e per questo sente di avere una grande responsabilità, soprattutto ora. "Di questi tempi, chi fa il mio mestiere, ha il compito di controbilanciare il bollettino continuo e costante di vittime del Covid, che ha invaso i palinsesti. Ci siamo scoperti un Paese abitato da virologi, ognuno dei quali ha una sua interpretazione".

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