Morto Wallach, "il Brutto" per Sergio Leone

Sul palco per per oltre 60 anni, si è spento a 98 anni

Quello che se ne è andato stanotte nella sua New York (era nato a Brooklyn il 7 dicembre del 1915) era un vero gentiluomo, che ha calcato le scene e i set per più di mezzo secolo dopo un folgorante debutto teatrale all'indomani della guerra mondiale. Eli Wallach, genitori polacchi di origine ebraica, una laurea in storia all'università del Texas e un master in educazione alla scuola superiore di New York, è fin da giovane una delle gemme preziose dell'Actor's Studio e all'insegnamento di Lee Strasberg rimarrà sempre legato. Con "La rosa tatuata" di Tennessee Williams, che gli varrà anche un Tony Award, si costruisce in teatro un carisma da intellettuale che contrasta con il fisico ai limiti dell'ordinario: dalla fronte stempiata all'andatura dimessa, dal baffo malandrino ai completi dozzinali che nascondono le larghe spalle, poco in lui tradisce una personalità da istrione che invece appare e scompare solo nel luccicare degli occhi. La gavetta in palcoscenico dura dieci anni e sembra appagare pienamente un uomo che al suo mestiere ha sempre professato fedeltà assoluta, la stessa poi dedicata alla moglie, l'attrice Anne Jackson che incontra nel 1948 e da cui non si separerà mai per un matrimonio felice coronato da tre figli e cinque nipoti. E' un altro figlio di New York come Elia Kazan a portarlo a Hollywood per un soggetto di Tennessee Williams che gli cuce su misura la parte del seduttore cinico, il vicino di casa che strappa Carrol Baker all'amore di Karl Madsen in "Baby Doll" (1956).

Quel cinico e sanguigno arrivista piace a tutti fin dalla prima scena e a Wallach tutto sembra riuscire naturalmente anche perché Hollywood non ha familiarità con lo stile dell'Actor's Studio e ne viene subito conquistata. Con lui lavorano due "pesi massimi" del cinema di genere come Don Siegel e Henry Hathaway, ma il carattere ribelle del personaggio lo porta spesso a preferire Broadway ai set californiani, sicché la sua grande occasione arriva solo nel 1960 con "I magnifici sette" di John Sturges. La sua parte è quella del "vilain", lo spietato bandito Calvero. La genialità dell'attore emerge però nella sua capacità di dare spessore al personaggio con pochi tratti, un "vissuto" che la storia non racconta ma che lo spettatore percepisce. Sarà un caso ma, anche a distanza di decenni, se riesce difficile enumerare gli attori e i personaggi protagonisti del film, nessuno può scordarsi di lui. Legatosi a due stereotipi tanto fortunati quanto pericolosi (il ruolo del caratterista, il prepotente ritorno del genere western) Eli Wallach cavalca l'onda accettando le offerte che piovono da grandi registi come Martin Ritt, John Ford ("La conquista del West"), Curtis Bernhardt, Richard Brooks ("Lord Jim"), Terence Young. In mezzo - quasi a ribadire la sua indipendenza intellettuale - partecipa a uno dei film più travagliati e mitici di quella Hollywood, "Gli spostati" di John Huston (1961), con Marylin Monroe. Ma come tanti della sua generazione, alla fine troverà a Cinecittà il suo luogo d'elezione, attirato dalla popolarità del mitologico e del western spaghetti. Arriva a Roma nel 1966 per Sergio Leone che, all'ultimo capitolo della "Trilogia del dollaro", cerca nuova linfa per la sua coppia di dioscuri, Clint Eastwood e Lee Van Cleef. Benchè Wallach reclami un ruolo da protagonista, il regista gli cuce addosso la parte di Tuco, "Il brutto".

La genialità dell'intuizione non è solo quella di rimettere addosso all'ebreo polacco i panni del bandito messicano, quanto piuttosto quella di intuire le sfumature che l'attore può dare al personaggio più sfaccettato di "Il buono il brutto il cattivo": il dialogo tra Tuco e suo fratello frate (Luigi Pistilli), così come i duetti comici con Clint Eastwood restano nell'antologia del genere. A Roma Eli Wallach si sente a casa, si sforza di imparare la lingua, per tutta la vita accetterà qualsiasi ruolo gli venga proposto pur di tornare a Cinecittà (ma la parte più intensa rimane quella del mafioso Don Vittorio in "Crazy Joe" di Carlo Lizzani, 1974) e si lega da generosa amicizia con Franco Nero. Lavora con Giuseppe Colizzi, Duccio Tessari, Sergio e Bruno Corbucci, ma tornerà anche in tarda età, chiamato da Luis Nero, il figlio di Franco. Nonostante la sua carriera conti altri sodalizi d'autore come quello con Stanley Donen ("Il boxeur e la ballerina", 1978) o Francis Coppola ("Il Padrino IIII", 1990), Eli Wallach ritorna star in patria soprattutto grazie alla televisione dove tiene a battesimo alcune tra le serie più famose e longeve, da "Kojak" a "Afred Hitchcock Presenta", da "Avvocati a Los Angeles" a "Law and Order", da "E.R." a "Nurse Jackie" nel 2009. E del resto era stato tra i pionieri della miniserie all'italiana con Alberto Lattuada che l'aveva voluto nel suo "Cristoforo Colombo". Mai candidato all'Oscar, finalista una sola volta agli Emmy, Eli Wallach ebbe il tributo di Hollywood nel 2011 con un meritatissimo Oscar alla carriera. Quella sera il mondo del cinema si alzò in piedi per applaudire un veterano con l'anima del bambino ribelle che mulinava nell'aria il suo bastone e scherzava sulla sua vecchiaia ricordando che del mitico cast dei "Magnifici sette" era il più vecchio, eppure l'unico ancora vivo insieme a Robert Vaughn, di 17 anni più giovane. Oggi ci si alza in piedi un'altra volta perché è difficile incontrare nella storia del cinema un personaggio così coerente, professionale, umano, appassionato: Eli Wallach era un gigante dal volto inquieto, un "americano tranquillo" che mostrava il fuoco sotto la pelle solo negli occhi capaci di sguardi fiammeggianti e ironici. Il ritorno nei cinema, proprio in questi giorni, di "Il buono il brutto il cattivo" grazie alla meritoria iniziativa della famiglia Leone e della Cineteca di Bologna, è il più bell'omaggio che l'Italia gli poteva fare.

 

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