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L'inflazione Usa non si ferma, Fed avanti coi maxi-rialzi

Fmi: 'Lotta al caro prezzi priorità, è tassa sui deboli'

L'inflazione americana continua la sua corsa. Nonostante i cinque rialzi dei tassi decisi dalla Fed dall'inizio dell'anno, i prezzi al consumo sono saliti a settembre dell'8,2%, segnando un lievissimo rallentamento rispetto al +8,3% del mese precedente. A salire più delle attese è l'indice core, quello monitorato dalla banca centrale: è schizzato ai massimi degli ultimi 40 anni lasciando intravedere come la battaglia contro il caro-vita sarà ancora lunga. "Combattere l'inflazione è la priorità", afferma il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, esprimendo il totale appoggio dell'istituto di Washington alle campagne di aumento del costo del denaro portate avanti dalle banche centrali. "La politica di bilancio e quella monetaria dovrebbero procedere mano nella mano", ammonisce Georgieva in quello che appare un messaggio diretto soprattutto alla Gran Bretagna. "Quando la politica monetaria mette un freno, la politica di bilancio non deve premere sull'acceleratore", aggiunge per chiarire ulteriormente il suo messaggio. Bollando il caro-vita come una "tassa soprattutto sui più deboli", il direttore generale del ondo ricorda quindi come senza stabilità dei prezzi si mette a rischio l'economia, per la quale i rischi di recessione globale sono aumentati e sono al 25% il prossimo anno. "C'è un sentiero stretto per evitarla, ma almeno c'è un sentiero", osserva il direttore del Fondo cercando di iniettare un po' di ottimismo fra la guerra in Ucraina, il Covid e il caro-vita. "Abbiamo fatto progressi ma resta ancora da fare. I prezzi restano troppo alti", ammette Joe Biden per il quale, a meno di una mese dalle elezioni di metà mandato, i dati sull'inflazione rischiano di essere una doccia fredda. In gioco per il presidente americano e per i democratici c'è il voto che ridisegna gli equilibri in Congresso: un voto che rischia di essere compromesso da un caro-vita che preoccupa gli americani, già insoddisfatti delle ricette dei liberal per l'economia. Con l'inflazione ai massimi da 40 anni un rialzo dei tassi di interesse dello 0,75% - il quarto consecutivo - da parte della Fed a novembre appare ormai scontato, e non è escluso che un altro di pari entità potrebbe verificarsi in dicembre. Alcuni analisti rilanciano l'ipotesi di una stretta da 100 punti base ma, per ora, le chance sono limitate. Il vero timore è che la Fed continuerà con una tabella di marcia serrata di aumenti del costo del denaro, aumentando le possibilità di una recessione indotta dalla banca centrale per cercare di calmierare i prezzi. La volata dell'inflazione americana ha gelato inizialmente i mercati finanziari, facendoli affondare. Poi nel corso della seduta il grande recupero. Le piazze finanziarie europee hanno chiuso tutte in territorio positivo, con Milano che ha segnato un +1,56%. Dopo aver accusato perdite di oltre il 2%, a Wall Street è scattato un rally in parte imputabile al fatto che di recente i listini avevano accusato forti perdite, "forse troppo elevate", sostengono alcuni osservatori secondo i quali sul mercato si sta facendo largo l'idea che "molte cattive notizie potrebbero tradursi in una buona notizia". In questo caso la Fed potrebbe alzare troppo i tassi da essere costretta a invertire rotta, in quella che per la borsa sarebbe una buona notizia.

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