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I pianti per i bambini soccorsi, i marinai si raccontano

In un libro della Marina militare le storie in Italia e fuori

Somalia, 1992. Una bambina a Merca, sud di Mogadiscio, resta ferita in uno scontro a fuoco fra due fazioni indigene. "Eravamo in un volo di ricognizione. Fummo dirottati per un soccorso. Vidi una bambina a terra. Era sporca di sangue e si lamentava. Accanto a lei, la mamma disperata. Mi guardò negli occhi, prese la bambina e me la diede in braccio.  Sentii come se la sua vita era nelle mie mani". Quelle mani erano di Vincenzo Iozzi, allora 23enne, operatore di volo della Marina Militare, che oggi detiene il record italiano di ore di volo, oltre 6 mila.  "Con la bimba in braccio, corsi verso l'elicottero.

All'aeroporto di Mogadiscio la consegnai ai medici che le estrassero due proiettili. Si salvò solo grazie al nostro tempestivo intervento. Quel ricordo lo porto sempre con me, come se quella bambina fosse stata mia figlia". Il racconto di Vincenzo Iozzi - e quello di un centinaio di colleghi - è raccolto in un libro, appena uscito, a firma della giornalista Anita Fiaschetti, edito dalla Marina Militare: "Noi siamo la Marina. Storie di uomini e donne della Marina Militare". Una collezione di momenti di vita fatti di umanità e di servizio, di rigore e di sacrifici, in mare, in cielo e sulla terraferma.

Orgoglio per la divisa ed amore per il mare, il comun denominatore di tanti marinai. Come per Marta Pratellesi, ora primo comandante donna di nave 'Galatea', ma con un sogno: comandare il 'Vespucci', sarebbe "una soddisfazione immensa per un ufficiale donna" (in un mondo dove per tradizione secolare anche il nome delle navi è sempre e comunque declinato al maschile). "Il nostro - dice Federica Rametta, prima nocchiere donna del 'Vespucci' - non è solo un lavoro. E' saper stare lontani e da soli, sopportarsi e convivere con gli altri. Non è solo saper navigare, ma è saper vivere".

Fra le missioni della Marina Militare, il soccorso in mare dei migranti. Anche qui i ricordi si associano a visi, dolore, speranze. "Mi faceva male - afferma il primo maresciallo Tullio Mameli, 54 anni, capo hangar - vedere i bambini, come i morti in acqua: ho pianto molte volte. Dovrei essere più freddo ma non ce la faccio". L'elettricista e subacqueo Davide Cimino, medaglia d'argento al valor Militare per i salvataggi nel 2015, ricorda le tante persone salvate ma anche chi non ce l'ha fatta: "La mia medaglia è per loro. Non è facile dimenticare i volti di chi hai incontrato in mezzo al mare. Quando ti vedono arrivare, i loro sguardi si riempiono di gioia".

Ricordi anche dalla terraferma. Come dal post terremoto a San Giuliano, dove era stata collocata una camera iperbarica "e dove - dice il palombaro Dino Marco Vanni - abbiamo fatto trattamenti di ossigenoterapia a un bambino che aveva avuto le gambe schiacciate, a parere di molti da amputare. Dopo due mesi, le sue gambe hanno cominciato a guarire. Oggi quel bambino è laureato in ingegneria e ha voluto alcuni di noi il giorno della laurea". Delle opereazioni all'estero Giovanni Ruffino, medico, testimonia disagi ma non solo: "Le missioni ti segnano. Per mesi si vive in tenda, si condivide tutto, dal cibo al freddo, alle paure. Ma le missioni non sono solo momenti difficili, sono anche storie di amicizia. L'esperienza fatta con gli incursori resta la più bella e avventurosa: loro sono realmente la mia famiglia". 

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