La requisitoria di Pertini

Denunciò il ritardo dei soccorsi, fu slancio per la moderna protezione civile

Il terremoto di magnitudo 6.9 che 40 anni fa, il 23 novembre 1980, colpì l'Irpinia e la Basilicata, provocando oltre tremila morti, costituì un punto di svolta nell'organizzazione di un sistema di protezione civile in Italia.

Fu la "requisitoria" dell'allora presidente della Repubblica Sandro Pertini - che parlò in televisione dopo aver verificato di persona, tra le macerie, l'inefficienza dello Stato nell'organizzazione dei soccorsi - che segnò un'inversione di tendenza e determinò in pochi mesi l'elaborazione di un sistema di cooperazione tra Stato, Regioni ed enti locali sul quale si fonda oggi la struttura della Protezione Civile nazionale. "Italiane e italiani - disse con voce severa Pertini quattro giorni dopo il terremoto - sono tornato ieri sera dalle zone devastate dalla tremenda catastrofe sismica. Ho assistito a degli spettacoli che mai dimenticherò. Interi paesi rasi al suolo; la disperazione poi dei sopravvissuti vivrà nel mio animo".

Pertini denunciò che "a distanza di 48 ore" dal sisma "non erano ancora giunti in quei paesi gli aiuti necessari", mentre "ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi". Pertini ricordò che nel 1970 in Parlamento furono votate leggi riguardanti le calamità naturali. "Vengo a sapere adesso - disse - che non sono stati attuati i regolamenti di esecuzione di queste leggi. E mi chiedo: se questi centri di soccorso immediati sono stati istituiti, perche' non hanno funzionato? Perche' a distanza di 48 ore non si è fatta sentire la loro presenza in queste zone devastate?". Il Capo dello Stato raccontò il dramma di bambini rimasti orfani, di superstiti che avevano perso le loro case, e ribadì con fermezza: "Vi sono state delle mancanze gravi, non vi è dubbio, e quindi chi ha mancato deve essere colpito, come è stato colpito il prefetto di Avellino, che è stato rimosso giustamente dalla sua carica. Adesso non si può pensare soltanto ad inviare tende in quelle zone. Sta piovendo, si avvicina l'inverno, e con l' inverno il freddo. E quindi è assurdo pensare di ricoverare, pensare di far passare l'inverno ai superstiti sotto queste tende. Bisogna pensare a ricoverarli in alloggi questi superstiti. E poi bisogna pensare a una casa per loro".

Al riguardo Pertini ricordò il terremoto del Belice del 1968 e un colloquio avuto qualche tempo prima a Palermo: "Venne il parroco di Santa Ninfa con i suoi concittadini - disse Pertini - a lamentare questo: che a distanza di 13 anni nel Belice non sono state ancora costruite le case promesse. I terremotati vivono ancora in baracche: eppure allora fu stanziato il denaro necessario. Le somme necessarie furono stanziate. Mi chiedo: dove è andato a finire questo denaro? Chi è che ha speculato su questa disgrazia del Belice? E se vi è qualcuno che ha speculato, io chiedo: costui è in carcere, come dovrebbe essere in carcere? Perche' l' infamia maggiore, per me, è quella di speculare sulle disgrazie altrui. Quindi, non si ripeta, per carità, quanto e' avvenuto nel Belice, perché sarebbe un affronto non solo alle vittime di questo disastro sismico, ma sarebbe un'offesa che toccherebbe la coscienza di tutti gli italiani, della nazione intera e della mia prima di tutto. Quindi si provveda seriamente, si veda di dare a costoro al più presto, a tutte le famiglie, una casa".

Pertini tornò poi sui ritardi normativi, e disse: "Non vi è bisogno di nuove leggi, la legge esiste. Si applichi questa legge e si dia vita a questi regolamenti di esecuzione" (che furono approvati circa tre mesi dopo, nel febbraio 1981). E ribadì: "Si cerchi subito di portare soccorsi ai superstiti e di ricoverarli non in tende ma in alloggi dove possano passare l'inverno e attendere che sia risolta la loro situazione. Perché un appello voglio rivolgere a voi, italiane e italiani, senza retorica, un appello che sorge dal mio cuore, di un uomo che ha assistito a tante tragedie, a degli spettacoli, che mai dimenticherà, di dolore e di disperazione in quei paesi. A tutte le italiane e gli italiani: qui non c'entra la politica, qui c'entra la solidarietà umana, tutte le italiane e gli italiani devono mobilitarsi per andare in aiuto a questi fratelli colpiti da questa nuova sciagura.
    Perche', credetemi - concluse il Capo dello Stato - il modo migliore di ricordare i morti è quello di pensare ai vivi".

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