Quarantaquattro anni per l'Art.18, è di nuovo battaglia

Torna la battaglia sull'Art.18 dello Statuto dei lavoratori, divenuto ormai un simbolo dopo lo scontro nel 2002 tra il governo e la Cgil guidata allora da Sergio Cofferati. Un dibattito che emerge ciclicamente. Perchè dopo i profondi mutamenti intervenuti in questi anni nel tessuto produttivo, la sua solidita' - secondo l'opinione dei suoi detrattori - si  è ormai incrinata, rappresenta un elemento di rigidità del mercato del lavoro, ma anche un freno agli investimenti stranieri. Ma c'è chi continua a difenderlo e a sostenerne il valore ancora oggi. Tra loro innanzitutto ci sono i sindacati, convinti - come ha detto in questi giorni l'attuale numero uno della Cgil, Susanna Camusso - che un intervento sull'Art.18 sarebbe solo "uno scalpo per i falchi dell'Ue". 

L'entrata in vigore della legge numero 300 del 20 maggio del 1970, segnò all'epoca uno spartiacque nelle relazioni industriali contribuendo all'evoluzione civile del Paese. Lo Statuto riformò i rapporti di lavoro in azienda, mettendo in primo piano la dignita' della 'persona-lavoratore', rafforzando la posizione del sindacato nell'impresa, capovolgendo il modello imperante fino a quel momento nella fabbrica: autoritario e paternalistico.

Sulla legge hanno pesato l'autunno caldo del '69 e ancor prima i movimenti del '68. Un collegamento non negato da chi e' stato considerato il padre stesso dello Statuto, Gino Giugni, (scomparso a ottobre del 2009, proprio alla vigilia del quarantennale della legge) che la defini' ''il frutto di una felice congiunzione tra la cultura giuridica e il movimento di massa''. Con lo Statuto - si disse allora e anche negli anni successivi - la Costituzione varco' i cancelli della fabbrica . Il primo a sottolineare la necessita' di uno Statuto dei diritti dei lavoratori fu Giuseppe Di Vittorio, leader carismatico della Cgil del dopoguerra, nel congresso di Napoli del 1952.

Nei fatti, prima dello Statuto gli articoli 39 e 40 della Costituzione (rispettivamente la liberta' di organizzazione sindacale e il diritto di sciopero) non erano stati applicati. Era il codice civile, con i contratti collettivi, a disciplinare i rapporti di lavoro. Mancava, dunque, un 'cappello legislativo' ai diritti gradualmente riconosciuti e conquistati negli anni Cinquanta e Sessanta. Il disegno di legge fu proposto dal ministro del Lavoro socialista, Giacomo Brodolini, ex sindacalista (fu vice segretario generale con Di Vittorio) morto troppo presto, a soli 48 anni, per vedere approvata la legge. Fu lui ad affidare ad una commissione di esperti, presieduta appunto dal giovane giurista Giugni, il compito di elaborare il testo. Cosi' come fu decisivo, per l'approvazione della legge, il ruolo di Carlo Donat Cattin, successore di Brodolini alla guida del ministero che prosegui' nella sua linea d'azione. L'articolo sicuramente piu' conosciuto dello Statuto e' il diciottesimo, quello che disciplina il reintegro in azienda del lavoratore licenziato senza giusta causa

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