Libri: Quando lo psicoanalista spiega il "super io" dei boss

"L'immaginario della coppola storta" di Filippo Di Forti

(ANSA) - PALERMO, 30 LUG - Non basta l'interpretazione socio-economica per spiegare lo spirito della mafia, i suoi comportamenti, il suo sistema di valori. C'è nel modello criminale di Cosa nostra un retroterra sommerso che può essere meglio illuminato con un approccio psicoanalitico. E' il metodo scelto da Filippo Di Forti, psicoterapeuta allievo di Cesare Musatti e Franco Fornari, nel suo libro "Immaginario della coppola storta" (169 pagine, edizioni Solfanelli, 13 euro). Sono diversi i campi esplorati da Di Forti: dal linguaggio esoterico alla straordinaria capacità di penetrazione mafiosa nella società, dai comportamenti dei gruppi criminali all'assimilazione dei metodi del gangsterismo americano. Il quadro teorico di riferimento è quello che, in altri contesti, si è formato a partire dalle teorie di Freud, Fornari, Klein, Marx, Marcuse, Fromm. Sono proprio queste teorie a guidare la ricognizione psicanalitica in tredici capitoli che comincia con l'analisi del linguaggio. La comunicazione con l'esterno, osserva Di Forti, è negata.
    Tutto ciò che è "buono" è riservato all'interno dell'associazione, il "cattivo" è esportato all'esterno. "In tal modo - scrive Di Forti - gli altri, i non mafiosi sono nemici, rappresentanti di qualcosa che deve essere negato". In quanto "fratellanza" la mafia ha poi un suo fondamento nella negazione dell'autorità paterna. I figli sono spinti, oltre che da sentimenti di ostilità, dal desiderio di incorporare la forza del padre. Lo "uccidono" ma ne fanno sopravvivere la figura come un "super-io" all'interno di un gruppo in cui viene perseguito un ideale collettivo.
    Pur mantenendo uno spirito cavalleresco, per il mafioso l'unica donna da venerare è la madre. E non a caso il vertice del comando assume il nome evocativo di "mammasantissima".
    Manca, nel rapporto con la donna, la dimensione erotica come conferma la metafore più conosciuta del potere dei boss secondo cui "comandare è meglio che fottere".
    Quanto alla violenza, il mafioso uccide per non essere ucciso. "Il killer - sottolinea Di Forti - è mosso da una coazione a uccidere, un tentativo di spostare la morte all'esterno, sul nemico, un modo per rinviare la propria morte".
    E' così che la mafia costruisce non solo il proprio dominio ma anche la propria sopravvivenza. (ANSA).
   

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