Berardi, porto la mia cecità in scena

A Cagliari e Nuoro "I figli della frettolosa" con il premio Ubu

Si confronta con la difficoltà di essere 'normali'. Ma anche con l'ambiguità, il disagio e lo sconcerto che si provano davanti alla disabilità, e più in generale alla diversità. "I figli della frettolosa", nuovo progetto teatrale della compagnia Berardi-Casolari, in scena sino a domenica 15 al Teatro Massimo di Cagliari, dove è già sold out, parla di cecità, con una vena di leggerezza e humor. "Metafora di una esistenza dove la distrazione ci fa passare accanto, senza vederle, alle persone e alle cose, alle realtà importanti e significative", spiega all'ANSA Gianfranco Berardi, non vedente, Premio Ubu 2018 come miglior attore, che firma testo e regia assieme a Gabriella Casolari, entrambi anche in scena. Il titolo rimanda al noto proverbio su una nascita troppo precipitosa, in una sintesi folgorante della bellezza dell'imperfezione.

Uno spettacolo nato da un laboratorio, quasi una provocazione intellettuale scaturita dall'incontro tra professionisti e non, vedenti e non vedenti, in scena sui palcoscenici del Teatro Massimo di Cagliari fino al 15 dicembre e all'Eliseo di Nuoro il 18 e 19. Co-produzione Sardegna Teatro, Teatro dell'Elfo di Milano e Fondazione-Luzzati Teatro della Tosse di Genova, in collaborazione con l'Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti di Milano e di Cagliari. Una performance ironica e a tratti amara dove si intrecciano le storie personali, episodi di piccole intolleranze e incomprensioni. "Uno spettacolo pensato per offrire un punto di vista insolito sulla società, quello di chi è costretto a muoversi al buio - racconta Gabriella Casolari - e questa mancanza diventa un punto di forza. Si rompe la quarta parete. Gli attori possono trascinare il pubblico in un gioco di capovolgimenti per sperimentare cosa significhi muoversi nelle tenebre, guidati con una mano sulla spalla".

Il filo rosso che attraversa lo spettacolo è la capacità di sdrammatizzare su una condizione che segna e costringe a misurarsi con le capacità umane. "Se si esce dall'ipocrisia e dell'ambiguità - suggerisce Berardi - dalla paura di chiamare le cose con il loro nome, se si smette orwellianamente di edulcorare parole e concetti, di tergiversare per paura di essere offensivi sui termini: meglio cieco o non vedente, o ancora diversabile?, allora diversità e disabilità non fanno più paura. Si vive, si crea, si gioisce e si soffre, a volte si impreca di fronte alle barriere fisiche e mentali". Citando il testo di Gabriella Casolari, l'attore offre infine una chiave per leggere la pièce: "Non è successo niente che valga più della tua gioia".

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