COMUNICATO STAMPA - Responsabilità editoriale SEO Cube S.r.l.

Humans factors e neuroergonomia: come ridurre l’errore umano

SEO Cube S.r.l.

“Errare è umano” recita parte della famosa locuzione latina. Come ben sappiano, gli errori sono frequenti in ogni ambito umano. Ma sapevi che molti di questi errori potrebbero essere evitati se solo si facesse più attenzione alle condizioni lavorative degli individui? Il 70% dei piloti aerei ha ammesso errori in cabina dovuti all’eccessiva stanchezza, secondo quanto dichiarato dalla “Fondazione per la Ricerca e la Cura dei Disturbi del Sonno O.n.l.u.s”. Ma questi errori sono frequenti anche in ambito chirurgico.

Uno studio del 2007 dal titolo “Disruptions in surgical flow and their relationship to surgical errors: an exploratory investigation” realizzato da un gruppo di scienziati statunitensi tra cui Douglas A Wiegmann, ha potuto verificare come i problemi legati all’équipe di medici e alla loro comunicazione rappresentano il 52% delle interruzioni del flusso chirurgico.

Il flusso chirurgico rappresenta la normale sequenza di operazioni che vengono effettuate durante un intervento. Un’irregolarità all’interno di questa sequenza può incidere negativamente sulla riuscita dell’intervento stesso. Questi studi vengono condotti nel campo della chirurgia cardiovascolare e pediatrica, dell’unità di terapia intensiva, dell’anestesia e della medicina trasfusionale.

Quindi l’ambiente in cui lavora l’équipe gioca un ruolo decisivo, non solo nel provocare l’errore ma anche nella rivelazione del medesimo una volta commesso. Ma come si può intervenire in modo da ridurre questo errore? È questo l’obiettivo della neuroergonomia, campo degli humans factors (o fattori umani). 

Neuroergonomia e humans factors per la riduzione dell’errore umano

Gli humans factors, e in particolare la neurogonomia, prevedono la progettazione di apparecchiature fisiche sempre più mirate al miglioramento dell’esperienza dell’utilizzatore e della sua performance. Oggigiorno si aggiungono sempre più elementi: sempre più bottoni, sempre più funzionalità, ma come interagisce il lavoratore con queste interfacce sempre più complesse? 

Per rispondere a questa domanda bisogna studiare il cervello e il corpo degli operatori. Dove si focalizza di più lo sguardo? Quali sono i muscoli che vengono stimolati di più durante l’attività lavorativa? Quali sono le sensazioni che le apparecchiature provocano sui loro utilizzatori?

La neuroergonomia, come indica la parola, mette insieme neuroscienze ed ergonomia con l’obiettivo di studiare il cervello umano e il suo funzionamento ogni volta che si manifesta un rapporto tra uomo e tecnologia. Quindi cerca di dare una risposta a tutte queste domande attraverso l’utilizzo di dispositivi indossabili. Essi permettono di raccogliere una serie di dati necessari per la comprensione del quadro generale. 

L’elettroencefalografia (EEG), realizzata grazie a degli elettrodi posizionati sul soggetto, permettono di capire il suo carico cognitivo. L’elettrocardiogramma (ECG) da la possibilità di rilevare la frequenza cardiaca e di conseguenza lo stress a cui è sottoposto l’individuo. Un eye-tracker traccia lo sguardo e di conseguenza i punti più importanti all’interno del campo visivo. Un sensore cutaneo, infine, rileva la sudorazione, offrendo delle informazioni aggiuntive sullo stato emotivo dell’individuo.

Studiare i processi che sono alla base della percezione e della cognizione umana, quindi, è l’obiettivo della neuroergonomia. Ciò permetterà di ottenere preziose informazioni che permetteranno di migliorare le prestazioni psico-fisiche di una persona, come può essere ad esempio, un operatore sanitario o un giocatore di eSports, costretto a trascorrere moltissime ore davanti a un computer. 

In generale, lo studio degli human factors apre una strada innovativa nello sviluppo delle nuove tecnologie. Più attenzione sul consumatore e meno sulla complessità dei dispositivi e degli ambienti in cui essi vengono usati, dovrebbe essere la nuova filosofia delle aziende che li fabbricano. 

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