COMUNICATO STAMPA - Responsabilità editoriale Pagine Sì! SpA

Piercarlo Meinero, coloproctologo: tecnica mini invasiva contro la malattia pilonidale sacrococcigea

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In passato è stata definita la “malattia della Jeep” (Jeep disease) a causa dell’elevata incidenza tra i soldati americani impegnati nella Seconda Guerra Mondiale. In realtà la malattia pilonidale sacrococcigea, erroneamente denominata cisti sacrococcigea, insorge per cause diverse e ha un’incidenza elevata nei ragazzi tra i 15 e i 25 anni, in particolare di sesso maschile (il rapporto tra maschi e femmine è di 5 a1). E’ una patologia piuttosto fastidiosa soprattutto perché, fino a pochi anni fa, la chirurgia tradizionale prevedeva l’asportazione di ampi tratti di cute della regione sacrococcigea molto spesso con periodi di convalescenza anche di 3 o 4 mesi.  I giovani pazienti rischiavano di compromettere la loro vita sociale al punto di perdere anche l’intero anno scolastico o il lavoro. Nel 2011 il dottor Piercarlo Meinero, specialista in Chirurgia d’urgenza e P.S. e coridnatore dell’International Colorectal Team presso la Villa Montallegro di Genova, ha pensato di applicare, anche per questa patologia, la stessa tecnica video assistita e mini invasiva da lui ideata per trattare chirurgicamente le fistole perianali (la VAAFT, ovvero Video Assisted Anal Fistula Treatment) denominandola, in questo contesto, E.P.Si.T.

“E.P.Si.T.” è l’acronimo di Endoscopic Pilonidal Sinus Treatment – spiega il dottor Piercarlo Meinero – La caratteristica principale, come nel caso della VAAFT, è la visione diretta possibile mediante l’utilizzo del “Fistuloscopio”, una speciale e sottile ottica collegata a un sistema video. Il fistuloscopio permette di operare dall’interno, avendo una visione completa e precisa non solo dell’area di infezione primaria ma anche di altre aree di infezione e agglomerati piliferi dislocati in zone diverse della regione sacrococcigea. Così’ è possibile rimuovere l’intera parte infetta attraverso uno o due incisioni circolari di 3 o 4 mm ciascuna, con una netta diminuzione del tasso di recidiva che, secondo dati pubblicati,  è in media solo del 5,2%.

L’intervento avviene in day surgery, in anestesia locale, talvolta con una leggera sedazione. Viene somministrata una singola dose di antibiotico qualche minuto prima dell’intervento, a scopo profilattico. “Si effettuano una o due piccole incisioni di pochi millimetri di diametro sulla cute della regione interglutea - continua il dottor Meinero - Una volta introdotto il fistuloscopio, l’area pilonidale infetta appare sullo schermo e si possono osservare gli agglomerati piliferi tipici della malattia e, soprattutto, definire esattamente l’estensione dell’infezione. Mediante movimenti lenti e precisi, l’intera area da trattare viene delimitata. Attraverso il canale operativo del fistuloscopio (del diametro di 3,5 mm), vengono introdotti un elettrodo monopolare (a sua volta collegato ad un elettrobisturi), una particolare spazzola, delle pinze sottili”. Sono due le fasi dell’intervento, una diagnostica, durante la quale viene individuata precisamente l’area da operare e una operativa in cui viene distrutta e bonificata l’intera area infetta, ma sempre dall’interno e sotto visione.

Secondo gli studi effettuati in questi anni, il dolore postoperatorio è assente nel 92% dei casi. Solo l'8% dei pazienti necessita di una terapia analgesica ma limitata al primo o al secondo giorno postoperatorio.

“I vantaggi più significativi per i giovani pazienti rispetto alle tradizionali tecniche chirurgiche – conclude il dottor Meinero - sono la quasi completa assenza di dolore, l’esiguità della ferita chirurgica con un buon risultato estetico, la quasi immediata ripresa dell’attività scolastica o lavorativa e la semplice gestione domiciliare della medicazione”. La rapida diffusione della E.P.Si.T. in tutto il mondo è testimoniata dal numero crescente di pubblicazioni scientifiche.

 

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