• La strenua lotta in una Rsa a Milano, dove metà del personale è malato

La strenua lotta in una Rsa a Milano, dove metà del personale è malato

Dentro una struttura con un focolaio Covid a Milano. 'Le febbri sono cominciate dopo un periodo in cui le protezioni erano introvabili'.

   Per mesi sono riusciti a contenere il virus con "isolamento e protocolli ferrei": zero contagiati, nessuna vittima. Poi, improvvisamente, è comparso un focolaio che, sebbene contenuto, ha portato a oltre 60 pazienti Covid su 280, ai primi decessi e al personale falcidiato, con quasi tutti i medici in malattia e la metà degli infermieri e degli assistenti 'Asa' a casa. Entrando nell'Istituto Geriatrico Milanese, una struttura nota nell'ambiente delle case di riposo per la qualità del servizio sanitario, si ha una fotografia che potrebbe essere quella di altre realtà simili travolte dallo 'tsunami'. Una realtà d'impegno estremo, per certi versi eroico.

"Il primo problema ora è la drammatica carenza di personale, insieme a quello dei cosiddetti dispositivi di protezione individuale - spiega all'ANSA senza giri di parole Federica Bellocchi, il direttore sanitario della struttura e del centro disabili, ancora senza un contagio - Servono camici, visiere protettive, più mascherine. Serve sapere se il mio personale è malato, facendo tamponi, per evitare che siano paradossalmente veicoli di contagio tra i pazienti, e serve sapere se i medici malati a casa che hanno affrontato il virus sono guariti, e possono rientrare, quindi ancora tamponi". Proprio sui tamponi, chiede: "Dove sono? Qui è arrivato un tutorial per dire come usarli e una linea guida per dire come vestirsi e svestirsi". Le fanno eco un'altra dottoressa e un'infermiera di lungo corso: "A un certo punto, dato che le mascherine erano introvabili, abbiamo chiesto al nostro fornitore abituale di realizzarne qualche decina in tessuto, da disinfettare a fine giornata. Ora mancano le visiere, le stiamo facendo artigianalmente".

Sulle carenze fa il punto Antonino Manzo, direttore dell'istituto: "Di due strutture, abbiamo il 50% in meno del personale infermieristico, il 90% in meno dei medici e la metà degli assistenti Asa". La struttura è un'azienda privata convenzionata che opera dal 1998. "Convenzionati come gran parte della sanità lombarda - riprende Bellocchi - E' davvero irrispettoso dire che dovevamo arrangiarci. E' giusto normalmente, ma dal momento in cui viene proclamata un'emergenza mondiale, quale azienda può salvarsi da sola? A cosa servono le istituzioni?".

La questione dei presidi di sicurezza infatti non sarebbe di secondaria importanza, perché proprio dopo quel lasso di tempo in cui scarseggiavano, perché introvabili, tra il 10 e il 17 marzo, sono cominciate le prime febbri. "La seconda ipotesi sul contagio è relativa a un nostro ospite mandato al pronto soccorso. Noi avevamo azzerato gli invii, ma si è fratturato e abbiamo dovuto per forza inviarlo. Al ritorno è stato male, con sintomi da Covid". Insomma la situazione sarebbe degenerata non per incapacità a far fronte all'epidemia, ma per una serie di cause esterne, dalla impossibilità di applicare al meglio i protocolli per via della scarsità di presidi di protezione, alla contagiosità degli ospedali, all'ingresso di persone Covid chiesto dalle istituzioni locali.

Ciononostante, sui piani delle due grandi strutture, una in zona S.Siro e l'altra a Quarto Oggiaro, si respirano ancora abnegazione e serenità. Quell'atteggiamento positivo che non è certo ottimismo, ma che permette di non lasciare il posto alla disperazione anche se si sa benissimo che molti ospiti moriranno, e anche qualche collega. Uno infatti è ricoverato all'ospedale S.Paolo in gravi condizioni.

"Dottoressa, sono finiti i camici, ce li trova per favore?", chiedono due infermiere. Perché poi alla fine i probemi sono pratici, e ognuno si difende come può. "Stia tranquilla sul piano di sua mamma non ci sono febbri - dice al telefono al piano terra un'assistente sociale che per l'assenza di sei centraliniste su sei si è messa al telefono a svolgere quella mansione e ne approfitta per fare il giro di tutti i parenti e tranquillizzarli - No, per suo papà la faccio chiamare dal medico, è meglio che sia lui a spiegarle la situazione".

Al 'centro diurno', dove si assistono gli anziani non autosufficienti, e nella Rsd dove ci sono i disabili, si lotta invece per non fare entrare il virus. Nessun focolaio "per ora". E qualche caso di febbri in cui il paziente, come prevedono i protocolli per gli anziani nei centri diurni, è stato rimandato a casa per essere preso in carico dalla famiglia e dalla medicina del territorio. "Se ce l'hanno, una famiglia - spiega una responsabile - chi non ha nessuno? Dove li mandiamo?". Nel piano dei disabili, invece, è ancora tutto tranquillo. "Ma il contenimento è davvero complesso, per loro - spiega una dottoressa - queste persone si muovono sempre, in modo incontrollabile, ti abbracciano, si baciano, il distanziamento è difficilissimo". "Ma anche per i nostri ospiti 'normali' è davvero dura - racconta un'infermiera di un altro piano 'non-Covid' - Sono abituati al nostro affetto, molti sono dementi, come si fa a dire loro che non possono più toccarci, o stare vicini gli uni agli altri?".

Quindi tutto abbastanza bene? No, la paura tra gli ospiti c'è. Trattenuta, dignitosa. La vedi negli occhi vitrei di questi uomini e donne che hanno dato tutto, nella loro vita, e lottano con i medici e gli infermieri per non essere considerati 'sacrificabili'. Sanno di essere una popolazione fragilissima, formata da uomini e donne tra gli 80 e i 100 anni, e oltre. "Io per non pensarci, disegno per ore - racconta nonna Ines - Abbiamo superato la guerra, supereremo anche questa". Ma mentre lo dice si percepisce che non ci crede. Allora c'era un corpo forte e vigoroso a garantire quella sopravvivenza, oggi a Ines tremano le mani mentre mostra un disegno.

E quella paura non la si legge solo negli occhi degli anziani. "Cosa credete - dice sottovoce un'infermiera - Non è vero che siamo eroi. Abbiamo lo stesso terrore di tutti. Lei crede che sia accettabile lavorare sapendo che prima o poi toccherà a noi? No, non lo è. E sa la cosa buffa? Sono straniera e quando sono arrivata, anni fa, mi additavano dicendo che portavo le malattie". Un attimo di silenzio, poi sorride, si gira, e prosegue nel corridoio la sua lotta silenziosa che oggi più che mai non conosce bandiere.

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