Ramadan Collection, ecco la Modest Fashion per islamici. Si prepara marchio halal iFash

Abiti sobri ma colorati. Zara, Mango e H&M apripista, ora tocca al made in Italy. Mercato da 500 miliardi

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(di Cristiana Missori e Emmanuela Banfo) - Abiti sobri che celano le forme scivolandovi sopra, che coprono braccia e corpo, ma alla moda e colorati. E' l'essenza della ''Modest Fashion'' - una moda semplice e sobria rispettosa dei valori cui si ispirano le donne e gli uomini musulmani - che nel 2014 ha generato un giro d'affari di circa 300 miliardi di dollari e che entro il 2019 dovrebbe attestarsi attorno a quota 484 miliardi.  Requisiti fondamentali che devono avere gli abiti? Coprire gambe e braccia, il capo dipende dalle tradizioni.

Sulla moda islamica si è tenuto il ''Turin Modest Fashion Roundtable'' a Torino organizzato dal Comune, Thomson Reuters e Dubai Chamber.

Nel settore, spiega Alia Khan, presidente dell'Islamic Fashion and Design Council - organizzazione creata per lo sviluppo dell'industria della moda islamica nel mondo - esiste un vero e proprio vuoto da parte dei produttori occidentali. ''Poca consapevolezza e capacità di aggredire questo mercato ancora inesplorato, anche dalle aziende italiane''. A lanciare collezioni per il Ramadan - il mese sacro di digiuno - sono state nel tempo griffe come DKNY, ''la prima tra le grande firme a farlo'', seguita da case che alla donna musulmana hanno dedicato parte delle loro linee (''Valentino, Dolce & Gabbana, Prada, Victoria Beckham, Yohji Yamamoto e altri''). E anche marchi più popolari ''come Zara e Mango, che quest'anno hanno lanciato una propria Ramadan Collection così come H&M''. Ma non basta. Serve, rilancia Khan, ''uno studio più attento dei consumatori musulmani che non si sentono compresi al 100%''.

Indubbio il problema della certificazione. Il suo organismo sta lavorando a un marchio ''iFash'' (Islamic fashion) che consenta ai brand intenzionati a investire nella moda islamica di ottemperare ad alcuni requisiti e fare in modo che i potenziali clienti sappiano dove rivolgersi per i loro acquisti che devono essere ''modest''. Al contrario di quanto sostengono alcuni, gli abiti alla maniera 'islamica' sono ricchi, pieni di stile e design e la domanda di questi è in continua ascesa.

Un mercato, quello musulmano, promettente e immenso che le case di moda occidentali non posso certo ignorare, ma dove scarseggiano brand interamente dedicati a questa fetta di consumatori. ''E dove non esiste - come nei settori della finanza islamica e del cibo halal (lecito) - una certificazione in grado di stabilire precisi criteri cui le imprese che intendono investire possano attenersi'', fa notare ad ANSAmed Gianmarco Montanari, direttore generale per lo sviluppo economico della città di Torino e promotore dell'iniziativa.

 Dopo il Turin Islamic Economic Forum dello scorso anno - primo incontro internazionale promosso da un'istituzione in Europa per approfondire i temi dell'economia e della finanza islamica - e quello della prossima settimana sulla moda, ''in ottobre ospiteremo quello dedicato al cibo halal''. A far capire che quella è la direzione giusta, sono i numeri.

''Tra i Paesi con il più alto numero di consumatori musulmani - sottolinea - secondo gli ultimi dati disponibili (2013), ci sono la Turchia (39,3 miliardi di dollari) gli Emirati Arabi Uniti (22,5 miliardi di dollari), l'Indonesia (18,8 miliardi di dollari), l'Iran (17,1 miliardi di dollari), Arabia Saudita (16 miliardi di dollari) e la Nigeria (14,4 miliardi di dollari). Da non sottovalutare, poi, la platea europea di fedeli: ''con Francia, Germania e Regno Unito che ha superato i 25 miliardi di dollari di consumi'', conclude Montanari.

 

Moda Islamica ma con il fashion del made in Italy: è la nuova frontiera. A Torino c'erano 90 tra imprenditori, designer, enti camerali di 20 nazioni, dagli Emirati Arabi alla Malaysia, dall'Egitto alla Turchia.Tra i temi l'abbigliamento da proporre alle giocatrici di basket che, nel rispetto delle tradizioni, non vogliono scoprirsi, ma che devono essere libere nei movimenti. Il settore Beauty Halal è in piena ascesa. Un'azienda ha presentato un tipo di smalto per unghie utilizzabile nel Ramadan perchè non fa da barriera all'acqua. E' già stato brevettato ed è pronto ad essere immesso nel mercato. "Voi in Italia - dice Alia Khan, fondatrice e presidente dell' Islamic Fashion Design Council - avete qualità e gusto del designer e sono queste due caratteristiche che ci attraggono di più. Viviamo in un mercato globale e sulla moda il nostro mercato è guidato dalla fascia dei giovani".

L'Islamic Fashion Design Council (IFDC) è un'organizzazione creata per lo sviluppo dell'industria della moda islamica nel mondo. Alia Khan, cresciuta in Canada e negli Stati Uniti, ha lavorato personalmente alle sue creazioni e ha organizzato sfilate, eventi, e programmi per i media che le hanno consentito di avviare la sua società indipendente nel settore comunicazione e marketing a Los Angeles. Che il mercato della moda Islamica sia espansione è evidente dai numeri:un giro d'affari nel 2019 di 484 miliardi di dollari.
Appassionatissime di biancheria intima e di cosmesi, le donne dei Paesi islamici sono molto attente all'eleganza, al fascino dei profumi, dei colori, di ogni dettaglio. "Sul mercato italiano - spiega Sergio Momo, di un'azienda di profumeria artistica - ci sono essenze naturali, non sintetiche, che possono trovare grande apprezzamento nei Paesi del Medio Oriente". "Non si può fare lo stesso discorso per l'uomo e la donna. L'uomo Islamico - spiega Silvio Cattaneo della Cna Federmoda Piemonte - nelle occasioni pubbliche tende a vestirsi all'occidentale, magari con uno stile classico, non con colori brillanti. Per le donne, invece, prevale la copertura più o meno totale del corpo

Nell'industria della moda islamica, spiega dal canto suo Alia Khan, presidente dell'Islamic Fashion and Design Council - organizzazione creata per lo sviluppo dell'industria della moda islamica nel mondo - esiste un vero e proprio vuoto da parte dei produttori occidentali. ''Poca consapevolezza e capacità di aggredire questo mercato ancora inesplorato, anche dalle aziende italiane''. A lanciare collezioni per il Ramadan - il mese sacro di digiuno - sono state nel tempo griffe come DKNY, ''la prima tra le grande firme a farlo'', seguita da case che alla donna musulmana hanno dedicato parte delle loro linee (''Valentino, Dolce & Gabbana, Prada, Victoria Beckham, Yohji Yamamoto e altri''). E anche marchi più popolari ''come Zara e Mango, che quest'anno hanno lanciato una propria Ramadan Collection così come H&M''. Ma non basta. Serve, rilancia Khan, ''uno studio più attento dei consumatori musulmani che non si sentono compresi al 100%''. Indubbio il problema della certificazione. Il suo organismo sta lavorando a un marchio ''iFash'' (Islamic fashion) che consenta ai brand intenzionati a investire nella moda islamica di ottemperare ad alcuni requisiti e fare in modo che i potenziali clienti sappiano dove rivolgersi per i loro acquisti che devono essere ''modest''. Al contrario di quanto sostengono alcuni, gli abiti alla maniera 'islamica' sono ricchi, pieni di stile e design e la domanda di questi è in continua ascesa. 
Nell'industria della moda islamica, spiega dal canto suo Alia Khan, presidente dell'Islamic Fashion and Design Council - organizzazione creata per lo sviluppo dell'industria della moda islamica nel mondo - esiste un vero e proprio vuoto da parte dei produttori occidentali. ''Poca consapevolezza e capacità di aggredire questo mercato ancora inesplorato, anche dalle aziende italiane''. A lanciare collezioni per il Ramadan - il mese sacro di digiuno - sono state nel tempo griffe come DKNY, ''la prima tra le grande firme a farlo'', seguita da case che alla donna musulmana hanno dedicato parte delle loro linee (''Valentino, Dolce & Gabbana, Prada, Victoria Beckham, Yohji Yamamoto e altri''). E anche marchi più popolari ''come Zara e Mango, che quest'anno hanno lanciato una propria Ramadan Collection così come H&M''. Ma non basta. Serve, rilancia Khan, ''uno studio più attento dei consumatori musulmani che non si sentono compresi al 100%''. Indubbio il problema della certificazione. Il suo organismo sta lavorando a un marchio ''iFash'' (Islamic fashion) che consenta ai brand intenzionati a investire nella moda islamica di ottemperare ad alcuni requisiti e fare in modo che i potenziali clienti sappiano dove rivolgersi per i loro acquisti che devono essere ''modest''. Al contrario di quanto sostengono alcuni, gli abiti alla maniera 'islamica' sono ricchi, pieni di stile e design e la domanda di questi è in continua ascesa. 

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