di Redazione ANSA

La politica di coesione del futuro

Sono in pieno svolgimento i negoziati fra le istituzioni europee che daranno vita alla riforma della politica di coesione per il 2021-2027. Ma le trattative non sono facili, anche perché sono strettamente connesse a quelle sul bilancio pluriennale dell’Ue post 2020

Sono mesi cruciali per il futuro della politica di coesione europea. Le istituzioni Ue stanno negoziando con gli Stati membri la portata del bilancio dell’Unione che coprirà il settennato 2021-2027, e allo stesso tempo i nuovi regolamenti che permetteranno il funzionamento di tutte le politiche comunitarie, da quella agricola comune alla cooperazione esterna. Anche la politica di coesione fa parte di questo progetto di riforma, fra nuove norme, semplificazioni e tagli al bilancio dovuti anche all’uscita del Regno Unito dall’Unione.

La proposta della Commissione europea

Jean-Claude Juncker attends a weekly college meeting in Brussels

Nel maggio 2018 la Commissione europea ha presentato la sua proposta per il nuovo bilancio pluriennale dell’Unione e, a cascata, le varie riforme dei regolamenti. Rispetto all’attuale 1,13% del Reddito nazionale lordo (Rnl) dell’Ue con 28 Stati membri, pari a 1.087 miliardi di euro, l’esecutivo ha messo sul tavolo la proposta di un budget equivalente all’1,11% del Rnl (1.135 miliardi in prezzi 2018). Una proposta definita “bilanciata e realistica” per fare i conti con la Brexit e le nuove sfide che dovrà affrontare l’Ue nel futuro. A questa si aggiunge poi un secondo progetto che riguarda l’aumento delle risorse proprie dell’Unione, che potrebbe così beneficiare di nuove entrate anche grazie a nuove tasse “ambientali” su plastica ed emissioni.

Districarsi fra i numeri non è semplice, visto che il quadro cambia a seconda di come vengono calcolate le cifre: in prezzi correnti (tenendo conto dell’inflazione), o in prezzi costanti, scegliendo quindi un anno di riferimento. Mantenendo quindi il criterio utilizzato dalla Commissione nello scegliere i prezzi 2018, al capitolo “Coesione e valori” andrebbero 391.974 milioni di euro, 330.642 dei quali direttamente alla politica di coesione, suddivisi fra il Fondo di sviluppo regionale, quello sociale, e il Fondo di coesione (qui spieghiamo le differenze fra questi tre fondi).
Per la politica di coesione l’esecutivo ha quindi proposto un taglio di circa il 10% delle dotazioni rispetto all’attuale settennato.

La sforbiciata è inferiore a quanto temessero gli enti locali e regionali europei alla vigilia della presentazione della proposta, ma resta comunque eccessiva secondo molti osservatori. Per combattere contro tale operazione il Comitato europeo delle Regioni, insieme alle principali associazioni europee di rappresentanti territoriali, ha creato l’Alleanza per la coesione (Cohesion alliance), che ha ormai superato le 10mila adesioni.


La risposta del Parlamento europeo e il blocco degli Stati

Lettera commissione europea messaggio europa

L’obiettivo principale della Commissione europea era quello di arrivare alla conclusione dei negoziati sulla portata del bilancio post 2020 entro le elezioni europee di maggio 2019. Lo scopo era duplice: evitare ritardi che potressero avere ripercussioni sull’avvio dei programmi operativi relativi ai fondi strutturali, e soprattutto scongiurare il pericolo di dover ricominciare da capo i negoziati una volta insediatasi una maggioranza parlamentare diversa da quella attuale, con una forte componente sovranista.

È ormai chiaro che tale obiettivo non sarà mai raggiunto, ma l’aula di Strasburgo ha comunque provato a mantenere l’impegno approvando già a novembre scorso la sua posizione negoziale. Questa prevede un aumento del 16.7% rispetto a quanto messo sul tavolo dall’esecutivo nel capitolo “Coesione e valori”, toccando quota 457.540 milioni. A livello dei tre fondi strutturali, tale aumento aumento si ripercuote in particolare sul Fondo sociale+, per il quale il Parlamento chiede +11% di risorse, mentre la Commissione vorrebbe un -7%.

La volontà di arrivare a una decisione in tempi brevi da parte del Parlamento si è però scontrata con il freno a mano tirato dagli Stati membri dell’Unione, che hanno invece rinviato tutto a ottobre, quando prevedono di arrivare a un’intesa sull’ammontare generale del bilancio Ue 2021-2027. Dall’accordo sui numeri dipenderanno poi le risorse destinate a ciascun capitolo del budget europeo.


La partita sullo Stato di diritto e le norme di bilancio

Hungarian Prime Minister Viktor Orban at the EPP Political Assembly

I cambiamenti che vedranno come protagonista la politica di coesione non si fermano ai numeri. Terreno di scontro sono anche le regole che vogliono un legame più stretto fra l’elargizione dei fondi europei e il processo del ‘Semestre europeo’ legato alle riforme strutturali, il rispetto dello Stato di diritto e le norme di bilancio comunitarie. Se sul primo punto sono quasi tutti d’accordo, considerandolo un modo efficace per incentivare le riforme negli Stati membri e favorire gli investimenti, più controversa è la partita sugli altri due temi.

La Commissione Ue ha proposto d’introdurre nel prossimo settennato un meccanismo che possa portare alla sospensione o riduzione dell’accesso a quasi tutti i fondi europei (compresa quindi la politica di coesione) nel caso in cui in un Paese fossero verificate “carenze generalizzate per quanto riguarda lo Stato di diritto”. Come prevedibile, sull’argomento è in corso uno scontro fra Paesi dell’est Europa e il resto dell’Unione. Ungheria, Polonia e Romania sono infatti sorvegliati speciali per le nuove leggi adottate dai rispettivi governi che vanno a intaccare l’indipendenza del potere giudiziario.

Ad aprire la partita sul legame fra norme di bilancio e fondi europei (la cosiddetta condizionalità macroeconomica) è stato invece il Parlamento Ue. L’aula di Strasburgo ha infatti eliminato dalla propria posizione negoziale sulla politica di coesione l’intero capitolo che conteneva la regola introdotta nel 2014. Le ragioni di tale scelta stanno nella volontà di abbandonare le politiche di austerità del passato ma anche, come peraltro richiesto dalle regioni europee, non far ricadere sui cittadini e gli enti locali le conseguenze di scelte macroeconomiche prese dai governi centrali. Il successivo voto del Parlamento sul Fesr ha confermato questa impostazione, chiedendo anche la possibilità in alcuni casi specifici di scorporare dal calcolo del Patto di stabilità il cofinanziamento nazionale per gli investimenti fatti con i fondi Ue.

La partita è ancora aperta e i negoziati, potenzialmente, ancora lunghi.