Burri e gli altri, dipingere con la materia

A Città di Castello 126 opere dei maestri del secondo Novecento

Nicoletta Castagni CITTA' DI CASTELLO

  CITTA' DI CASTELLO - Dai catrami alle muffe, dai sacchi ai gobbi, dai legni alle combustioni, dai ferri alle plastiche, dai cretti ai cellotex fino al 'nero e oro', i capolavori di Alberto Burri, padre dell'Informale, sono in mostra a Città di Castello (sua città natale) fino al 6 gennaio, affiancati dalle opere degli artisti che lo ispirarono e di quelli che furono influenzati dal suo linguaggio pittorico rivoluzionario.

Negli spazi immensi degli ex Siccatoi (con Palazzo Albizzini sede espositiva della Fondazione Burri) sono riuniti i lavori, tra gli altri, di Rauschenberg, Pollock, Twombly, de Kooning, Kiefer, Klein, Fontana, Afro, Rotella, Mattiacci, per chiudere le celebrazioni del centenario della nascita del maestro umbro documentando il clima straordinario in cui era fiorita l'arte del secondo '900.

Intitolata 'Alberto Burri. Lo spazio di materia tra Europa e Usa', la grande rassegna, spiega il curatore e presidente della Fondazione Bruno Corà, vuole restituire ''lo spirito del tempo''grazie sia a significativi prestiti internazionali sia all'allestimento di tele di Burri custodite nella collezione da lui stessa creata alla fine degli anni '70, e inamovibili, secondo la sua volontà.

''Siamo riusciti a spostare alla volta di New York solo il 'sacco' che Rauschenberg vide nel suo atelier romano e che cambiò il modo di lavorare dell'artista americano - spiega Corà - perché opera imprescindibile per la retrospettiva del Guggenheim 'Alberto Burri: The Trauma of Painting' dello scorso anno''. Un evento che ha sancito la posizione di Burri come uno degli artisti più innovativi del periodo del secondo dopoguerra mondiale'', consacrandolo cosí a livello internazionale.
Nel percorso realizzato in un'area completamente rinnovata degli ex Siccatoi (destinata dopo la mostra a conservare le raccolte grafiche del maestro), ecco dunque il susseguirsi quasi ipnotico di 126 opere capitali, venti di Burri e 106 realizzate da una cinquantina di artisti europei e americani, in un amalgama incredibile, dove la cifra di ciascuno si attenua in nome di una fertile condivisione creativa. ''Nel dopoguerra - prosegue il curatore - si registra un comune interesse per la materia, per il suo impiego e riutilizzo'', ovviamente secondo parametri diversi, con finalità sempre peculiari. Eppure la pittura ne viene rivoluzionata.

''Burri si definiva un pittore'', sottolinea Corà, del resto, la pittura è una logica e lui, se nella tavolozza non trovava il colore bruciato dei sacchi, usava direttamente sulla tela quei tessuti grezzi e consunti. Al confine con la scultura, la sua opera sfidava la bidimensionalità persino nelle grafiche, grazie all'uso di tecniche particolari, ideate appositamente da suoi stretti collaboratori. ''A volte le realizzava personalmente una a una, tanto che diventa un paradosso chiamare grafica questi pezzi unici''. Sperimentatore indefesso, quello della calcografia era dunque un campo in più dove stupire pubblico e critica superando i limiti dell'arte e del mestiere. ''Burri era autodidatta, ma era un uomo colto'', anche se, sostanzialmente, ''un trasgressivo''. Il suo percorso non poteva che cambiare le regole del linguaggio espressivo puntando a nuove cromie e materie mai usate prima.

Ecco che sceglie il nero nella sua infinita gamma di toni, non-colore per eccellenza, alla base però dei chiaroscuri caravaggeschi che il maestro informale ben conosceva. Plastiche o iuta andavano a costruire visioni che in alcuni casi, chiosa Corà, possono rimandare a un Klimt. Ma la sua è una rivoluzione pura e ben se ne accorge il giovane Rauschenberg, a Roma per una mostra personale alla galleria l'Obelisco. Seguendo alcuni suggerimenti, finisce con Cy Twombly nell'atelier capitolino di Burri, impegnato alla realizzazione di tre dei suoi sacchi. Un incontro che influenzerà la visione dell'artista americano, allora impegnato alla realizzazione delle scatole-feticcio (una la regalerà a Burri ricevendo in cambio un piccolo Untitled del '52) e toccato al punto di riflettere profondamente sul suo cammino futuro, seguendo il collega italiano anche nelle mostre newyorkesi. ''Si può dire che Rauschenberg da allora studiò Burri non mancando a mostre ed eventi, come documentano le immagini fotografiche dell'epoca'', conclude Corà, a ribadire una volta di più il debito innegabile dell'arte internazionale all'opera del maestro di Città di Castello.

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