Katy Castellucci, la voce schiva della Scuola Romana

Dipinti e disegni. A Villa Torlonia il profilo dell' artista

di Luciano Fioramonti ROMA

ROMA - ''Quando ci si dedica all' arte è come fare un voto, come entrare in convento. Un pittore è come un frate, una monaca se è donna; nessun altro interesse o ambiente lo deve distrarre''. Così diceva la pittrice Katy Castellucci in una intervista nel 1958, quando già aveva maturato la scelta di rinunciare ad esporre i propri lavori, proposito cui tenne fede fino all' ultimo. Una decisione così radicale era in linea con il suo spirito di donna libera e indipendente, pronta a lasciare gli uomini che aveva amato, a non credere ai rapporti stabili - il suo matrimonio durò pochi anni - a muoversi senza condizionamenti in un mondo profondamente maschilista. Alla determinazione affiancava una sensibilità artistica spiccata, una profondità di analisi che traspare dagli sguardi intensi dei familiari che amava ritrarre e dai suoi autoritratti. Quegli occhi grandi scuri ed enigmatici che spesso puntano l' osservatore o sembrano assorti nella riflessione spiccano tra le ottanta tele in mostra al Casino dei Principi di Villa Torlonia. C' è tempo fino al 10 ottobre prossimo per avvicinarsi a questa figura schiva della Scuola Romana, ben raccontata dalla esposizione curata da Claudia Terenzi e Fabio Benzi.

Le opere di Caterina 'Katy' Castellucci (1905-1985) sono state raccolte e catalogate dal nipote Alessandro Pagliero, figlio della sorella dell' artista, Guenda, con l' aiuto di Magda Roveri. Un lavoro non facile visto che la pittrice quasi mai firmava o datava i suoi lavori. Alle tele si aggiungono dieci guaches, lettere, una trentina di disegni deliziosi e una sezione di matite e carbonicini dedicata agli animali nella Casina della Civette. Il racconto si sviluppa tra ritratti, nature morte, paesaggi e nudi femminili con la descrizione dell' ambiente familiare e degli artisti con cui il rapporto fu più stretto, da Mario Mafai ad Alberto Ziveri, al quale fu legata sentimentalmente. Nata a Laglio, sul Lago di Como, Katy Castellucci si trasferì a Roma all'inizio degli anni Venti, dove frequentò il Liceo artistico. Il grande talento nel disegno si deve all' influenza del padre Ezio, illustratore raffinato e pittore di tradizione accademica. Nel 1926 con la sorella Guenda Katy andò a Parigi e vi restò due anni, frequentando gli 'italiens' che animavano la scena artistica della capitale.

Tornata a Roma si avvicinò ai nomi più significativi della Scuola romana, oltre a Ziveri e Mafai, Fazzini, Scipione, Capogrossi, Cavalli. Nel '32 partecipò per la prima volta a una esposizione con due opere, ma la mostra davvero importante fu la prima personale alla Galleria della Cometa nel 1936 assieme ad Adriana Pincherle, sorella di Alberto Moravia. In quella occasione, tra le altre opere, era esposto anche l' Autoritratto del '35, oggi al Museo della Scuola Romana di Villa Torlonia. La critica notò subito la qualità e la poesia della sua pittura, e venne considerata tra gli interpreti più sensibili nell'ambito della Scuola romana. ''Il colore è l' elemento essenziale dei dipinti di Katy - osserva Claudia Terenzi - colori talmente vari e febbrili che vanno al di là dei puri rapporti tonali… Nei ritratti c' è una attenzione quasi psicologica al soggetto, ravvicinato come una presenza vivida con cui si è acceso un dialogo mai interrotto''.

Nel dopoguerra Katy Castellucci si dedicò all'insegnamento, prima a Modena e poi all'Istituto d'arte applicata di Roma (dove fondò la sezione di disegno su tessuto), alla scenografia e ai costumi teatrali. Presente alla VI Quadriennale nel '51, insieme al padre, nello stesso anno in una mostra personale alla Galleria dello Zodiaco presentò i suoi quadri neocubisti, all'interno di una tendenza allora diffusa in Italia di rilettura della cultura europea. Con qualche eccezione, come alcuni scorci di Roma , i quadri influenzati da queste tematiche nuove e sperimentali in mostra a Villa Torlonia sono quelli dagli esiti meno felici. Katy si rese conto dei mutamenti che stava attraversando la pittura e ridusse drasticamente il suo impegno in questo ambito e dalla fine degli anni '50 rinunciò a partecipare alle mostre a cui era invitata. Continuò però a disegnare fino agli ultimi anni di vita, con una produzione di qualità notevole. 

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