L'arte per tutti, la visione di Cambellotti

A fine luglio a Terracina il segno del maestro nell'agro pontino

di Luciano Fioramonti ROMA

Un cercatore che guardava al passato, agli stili e ai linguaggi classicheggianti con l'effervescenza e lo spirito dell'avanguardia. Personaggio difficile da classificare, Duilio Cambellotti fu un artista totale, illustratore, incisore, grafico pubblicitario, scultore, scenografo, con sconfinamenti di campo nelle arti applicate dai risultati pregevoli nella ceramica, nella creazione di mobili come quelli per la sede dell'acquedotto pugliese a Bari e delle vetrate che abbelliscono la Casina delle Civette di Villa Torlonia a Roma e la Chiesa dell' Ecce Homo di Ragusa. A muoverlo, il principio che l'arte dovesse parlare a tutti.

A offrigli una fonte suggestiva di ispirazione, l'agro pontino, dove lavorò per anni per migliorare le condizioni di vita dei contadini delle paludi che il Fascismo avrebbe bonificato. Terracina, uno dei centri della pianura a sud di Roma da lui molto amato, rende omaggio a uno dei maestri della prima metà del Novecento con una grande mostra dal 24 luglio al 20 novembre nella Chiesa di San Domenico, per l'occasione riaperta al pubblico dopo un lungo restauro dei danni provocati della bombe della seconda guerra mondiale. "Duilio Cambellotti, al di là del mare" è curata da Francesco Tetro, già direttore del museo di Latina dedicato all'artista romano e tra i curatori dell'archivio della sua sterminata e poliedrica produzione. Un centinaio di opere e un ricco repertorio di fotografie d'epoca messe a disposizione dall'Archivio dell'Opera di Duilio Cambellotti compongono un racconto dall'andamento antologico che segue l'attività dell'artista-artigiano romano dalla fine dell'Ottocento, quando esordì come disegnatore di manifesti teatrali e pubblicitari, alle scenografie per tragedie e opere liriche alla fine degli anni '40.

Il racconto parte dall'incontro nel 1910 che cambiò la vita dell'artista, quello con i paesaggi, la gente, gli animali e la storia del paludoso, malsano, affascinante territorio lungo il rettilineo della via Appia. "Sto rivivendo! Ho rivisto oggi la palude e i neri animali. Ho rivisto il mare; […] Questo è bastato perché il torpore del mio cervello e delle mie membra scomparisse per incanto. Nuove visioni così appaiono ai miei occhi e potranno, lo spero sinceramente, rimettere in movimento la mia produzione". Così scriveva in quello stesso anno da Terracina alla futura moglie Maria Capobianco. A fargli scoprire quel mondo arcaico era stato l'amico Alessandro Marcucci, direttore delle Scuole dell'Agro Romano impegnato nel programma di alfabetizzazione delle popolazioni rurali locali. Un programma che coinvolse altri esponenti dell'ambiente socialista umanitario romano: Giovanni Cena e la compagna Sibilla Aleramo, Anna Fraentzel Celli con il marito, il malariologo Angelo Celli, e anche Giacomo Balla. Cambellotti, sostenitore convinto della funzione educatrice dell'arte, si gettò a capofitto nell'impresa, contribuendo a realizzare nella zona una rete di scuole ricavate in locali di fortuna concessi da privati, chiese rurali o capanne costruite ex novo da allievi e maestri. Per quelle scuole illustrò i sillabari, realizzò decorazioni e arredi, e anche i crocifissi da appendere alle pareti. Nei suoi soggiorni a Terracina restò incantato dalla bellezza delle marine con vista sul promontorio del Circeo e sulle Isole Pontine e dalla ricchezza di una storia millenaria. La suggestione esercitata da quell'ambiente gli ispirò una produzione particolare, quella delle visioni, così chiamava certe composizioni fantastiche "nate per fissare sulla carta cose che non erano dinanzi ai miei occhi, ma sorgevano da dentro di me". Osservatore acuto della natura, Cambellotti riempì di annotazioni e schizzi dal vivo i taccuini che aveva sempre con sé. A casa quelle idee si trasformavano in narrazioni visionarie che dimostrano il interesse per la mitologia greco-romana. Ad aprire il percorso espositivo è proprio una di queste visioni, esposta nel 1922: il promontorio del Circeo trasformato in una nave dalla prua equina pronta a salpare, mentre, sullo sfondo, le Isole Pontine, assumono le fattezze di chimere dalla testa leonina.

Nel campo teatrale, celebri sono le sue scenografie per le rappresentazioni al Teatro greco di Siracusa, il Teatro antico di Taormina e di Ostia antica. Una pagina densa riguarda le sculture piccole e grandi, dai vasi che raffigurano cavalli ai butteri e ai buoi. Animali di ogni tipo popolano anche terrecotte e ceramiche. Grande spazio è riservato alla grafica con i bozzetti esecutivi di manifesti pubblicitari, campo che sentiva congeniale alla sua vocazione di divulgatore dell'arte. "Preferivo sempre il cartellone al quadro perché diretto al popolo - spiegò -. E da questo fu facile passare ad una forma più atta alla diffusione perché moltiplicabile: la silografia".

 RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA
Modifica consenso Cookie