La bicicletta, un mito da 150 anni

Pivato ne racconta la storia seguendo l'evoluzione del Paese

di Marzia Apice ROMA

ROMA - Se è vero che per molti parlare di bicicletta significa andare col pensiero alle mitiche imprese dei "giganti" Fausto Coppi e Gino Bartali, per tutti - anche per i giovanissimi dei nostri tempi - muoversi pedalando sulle due ruote evoca probabilmente due cose, infanzia e libertà: ecco perché è davvero adatto a ogni generazione il libro di STEFANO PIVATO dal titolo STORIA SOCIALE DELLA BICICLETTA (IL MULINO, PP. 280, 22 EURO), nel quale si offre al lettore un ritratto appassionato della bicicletta. Pagine densissime - di capitoli, di dati storici, di aneddoti, anche di fotografie, con un inserto dedicato alle bellissime fotografie di Ezio Quiresi - raccontano un mito lungo 150 anni: del resto è innegabile che la bicicletta - che è molto più di un semplice mezzo di trasporto come si direbbe oggi "sostenibile" - sia stata, fin dalla sua comparsa verso la fine dell'800, uno strumento di svago e di lavoro capace di accompagnare i cambiamenti del nostro Paese, seguendo l'evolversi degli stili di vita degli italiani.
    Dapprima il biciclo, poi la trasformazione in triciclo, nel tentativo di risolvere i problemi di equilibrio e di conduzione, infine nel 1897 la forma definitiva con l'invenzione della ruota libera e la scelta, mai più variata, del nome: ecco la bicicletta, emblema di modernità e di comodità, ma anche oggetto che l'autore definisce "perturbante", capace di dare scandalo.
    Con un approccio brillante, Pivato nel libro si sofferma proprio sugli aspetti sociali legati al nuovo veicolo: la bicicletta da subito ha diviso la platea dei possibili fruitori in sostenitori e detrattori, tra chi la considerava un'occasione da cogliere al volo per migliorare la propria quotidianità e chi invece la vedeva come un attentato all'onore delle donne o alla dignità dei preti, o ancora perfino un incentivo alla criminalità.
    Quello che è certo è che la bicicletta ha attraversato il '900 compiendo una corsa "straordinaria" tra guerre, movimenti politici e ideologie, accompagnando le gesta di campioni-eroi che hanno impresso i propri nomi nella storia del ciclismo e unendo la cultura alta a quella bassa nel nome dello sport (tra cantastorie e grandi intellettuali), e ancora essendo testimone partecipe di tutti i cambiamenti del costume, della società, dell'economia fino ai giorni nostri.
    Anche oggi infatti, che con la nuova coscienza ambientalista e "a basso consumo" pedalare diventa una filosofia di vita per esprimere valori ecologici ed etici, la bicicletta è ancora una volta protagonista, simbolo però di antimodernità e di ritorno al passato non globalizzato, più felice e a misura d'uomo. Non può che essere vera quindi l'affermazione di Gianni Brera, riportata all'inizio del libro da Pivato: "Traverso le viti di una bicicletta si può anche scrivere la storia d'Italia".
    (ANSA).
   

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