Elisabetta Sgarbi, Romanino tra arte e ricordi

Regista ha presentato oggi La lingua dei furfanti

di Francesco Gallo BRESCIA

 BRESCIA - Parole e immagini per raccontare un pittore 'sporco', come il Romanino, volutamente imperfetto, spiazzante, moderno, folle. È quello che fatto Elisabetta Sgarbi in La lingua dei furfanti presentato in anteprima nella sezione Festa Mobile del Torino Film Festival. Un'operazione, la sua, evocativa, vagamente autobiografica, e portata avanti con i testi di Luca Doninelli, letti dalla voce di Tony Servillo, e con le musiche di Franco Battiato. Un viaggio, quello della Sgarbi, non solo nella memoria, ma nei luoghi del pittore, in Val Camonica, in provincia di Brescia, per visitare il ciclo dei suoi affreschi a Pisogne, a Breno, a Bienno. Tutte opere realizzate dal 1532 al 1541.
    Scriveva del pittore, Giovanni Testori, scrittore, storico dell'arte e critico letterario :"a Pisogne, a Breno, a Bienno Romanino tiri a far 'cagnara', non v'ha dubbio alcuno. Egli sembra costringere i suoi personaggi a venire sulla scena a furia di calci nel sedere; e non è meraviglia che, una volta lì, essi, tra impetuosa incapacità a organizzarsi, in lingua e vergogna, finiscano col gonfiar tutto; a cominciare dalle loro stesse membra per finire alle parole che ruttan fuori quasi nubi di fumetti odoranti d'osteria, e alle piume dei cappellacci, che si rizzano, unte e bisunte, come quelli di tacchini incazzati." E di questo pittore, Girolamo Romani (detto il Romanino), Elisabetta Sgarbi, riprende, tra luci e ombre, questa disincantata epopea di scene sacre, piena di facce popolari, per nulla ammiccanti, messe lì come a caso, disegnate con evidente 'sprezzatura'. "Un film ininterrotto, questo, - dice la Sgarbi - che mi segue da anni. Anzi da cui sono inseguita da anni, da prima di conoscere la Valle Camonica, da prima di conoscere Romanino: da quando mio zio Bruno, mia madre Rina, e poi mio fratello Vittorio, si arrampicavano sin lassù, precedendomi.
    Così che questo film, così personale nei modi, mi sembra una strana biografia familiare, un mio nascosto romanzo di formazione, che ho condiviso con un altro amico e compagno di avventure, Giovanni Reale." E ancora la regista, raggiunta telefonicamente dall'ANSA: "è stato un mio viaggio nell'arte e anche nei luoghi cari di mio zio Bruno, fratello di mia madre, un modo di tornare in quei posti attraversati da storie di dolore, come la recente scomparsa di mia madre, per raccontare volti e paesaggi dell'anima".
    Alle immagini di donne che fanno cucito in Chiesa, come era solito all'epoca, affreschi con il valore aggiunto del degrado del tempo, si aggiungono le parole, altrettanto 'sporche', di Luca Doninelli. "È vero - conclude la Sgarbi, regista e fondatrice de La nave di Teseo editore - credo sia importante elevare la potenza delle immagini con la letteratura".(ANSA).
   

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