La rabbia dei parchi a tema, "noi discriminati"

Appello a Draghi contro il via libera posticipato all'1 luglio

di Silvia Lambertucci ROMA

"Ingiustamente discriminati". Dopo i mugugni dei balneari e le proteste degli operatori dello spettacolo, arriva la rabbia dei parchi di divertimento, oltre 230 quelli censiti in Italia, che il nuovo decreto in arrivo prevede di lasciar ripartire solo dal 1 luglio. E da Gardaland a Leolandia, fino alle tante realtà più modeste, tutto il settore lancia il suo appello ai ministri e al premier Draghi, pronto, assicura, anche "ad azioni eclatanti". Chiedendo a gran voce aiuto ed equità di trattamento per un comparto che è stato anche una voce importante dell'economia nazionale, con un giro d'affari che solo nel 2019 - ahimé lontano anni luce - generava un giro d'affari di 400 milioni di euro, 1000 se si allarga lo sguardo ad hotel, ristoranti e merchandising. E che, fatto salvo per 5/6 big player legati a multinazionali e Leolandia (uno dei pochi grandi parchi ancora tutto italiano) si compone di piccole e medie imprese.

Il primo ad esporsi, puntando il dito sulle decisioni del Cts e del governo è Gardaland: "negli Usa e in Gran Bretagna i parchi sono tra le prime attività a ripartire", sottolinea l'ad Aldo Maria Vigevani. Che denuncia l'assurdo di una decisione che sembra assimilare l'attività "quasi esclusivamente all'aperto" di queste strutture con gli eventi indoor di fiere e congressi. Argomenti condivisi dall'Associazione parchi permanenti italiani, aderente a Confindustria, che rappresenta 230 imprese sparse su tutto il territorio nazionale. "Evidenze scientifiche solide e di caratura internazionale hanno dimostrato che i rischi di contagio all'aria aperta sono infinitamente inferiori ed è stato provato che la presenza del cloro nelle piscine elimina in pochi attimi l'agente virale", fanno notare dall'associazione sottolineando che così facendo il governo toglie a queste imprese un intero mese di lavoro anche rispetto allo scorso anno quando il via libera arrivò a fine maggio.

I toni sono esasperati: "La disparità di trattamento rispetto ad altre categorie è configurabile in una vera e propria concorrenza sleale", denuncia Giuseppe Ira, presidente dell'associazione e del parco tematico di Leolandia in provincia di Bergamo. E' lui a sottolineare il sentimento crescente di rabbia che anima gli operatori "Siamo trattati peggio delle sale gioco", accusa ricordando le tante misure messe in atto per garantire la sicurezza del pubblico, dal contingentamento degli ingressi per evitare gli assembramenti ai "severi protocolli di sicurezza che hanno dimostrato la loro efficacia già lo scorso anno". Quasi inevitabili i confronti: "si aprono i musei al chiuso già dal 26 aprile ma non i parchi faunistici all'aperto e i parchi avventura nei boschi, si dà il via libera alle piscine all'aperto il 15 maggio, ormai tutte dotate di scivoli per i bambini, ma non ai parchi acquatici, si aprono le palestre e i ristoranti al chiuso dal 1 giugno e si annuncia addirittura il ritorno del pubblico negli stadi a maggio, ma non nei parchi tematici".

Da qui le richieste: "Chiediamo l'immediata equiparazione ai comparti merceologicamente simili -dice Ira - altrimenti dovremo intraprendere azioni eclatanti". Tra i più colpiti dalla crisi, ricorda il manager, il settore dei parchi adesso è allo stremo, con una perdita media dell'80 per cento. Un calo di fatturato, sottolinea l'associazione, che mette in pericolo anche l'occupazione: "Fino al 2019, il nostro settore coinvolgeva direttamente 25.000 occupati, circa 50.000 con l'indotto. La perdurante incertezza porterà ad una fortissima contrazione degli occupati ormai in Fis da troppi mesi- sottolinea ancora Ira -. La nostra forza lavoro non ce la fa più: i migliori hanno trovato un altro impiego, ma migliaia di persone faticano a sopravvivere".

E a preoccupare la categoria c'è anche un problema di tipo tecnico organizzativo perché il formalmente il settore rientra ancora nella categoria "Circhi e Spettacoli Viaggianti" che fa capo al ministero della cultura e non al turismo, un particolare che secondo l'associazione avrebbe fatto escludere la categoria dai ristori e anche dalle agevolazioni sull'Imu concesse invece alle aziende del turismo, mentre le banche avrebbero limitato i finanziamenti. Nel 2020, ricorda l'associazione, il 20% dei parchi ha rinunciato completamente all'apertura e si sono persi 10.000 posti di lavoro stagionali. Il rischio ora "è di rendere ancora più precaria la posizione di centinaia di imprese italiane e migliaia di lavoratori". 

 RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA
Modifica consenso Cookie