Meduse e unicorni, Hirst trova casa alla Borghese

Tra Caravaggio e Bernini, antico e contemporaneo si ritrovano

di Silvia Lambertucci ROMA

ROMA - Le tele di Tiziano, Raffaello e Leonardo, una collezione ineguagliata di Caravaggio, le sculture direttamente commissionate a Bernini. Colto, ricco e potente, Scipione Borghese, il cardinale cui apparteneva la strepitosa villa che oggi ospita l'omonima Galleria, fu un collezionista senza eguali, innamorato dell'arte al punto da inseguirla senza scrupoli. E chissà cosa direbbe oggi trovandosi a tu per tu con le 80 opere di Damien Hirst, l'artista più celebrato e controverso del nostro tempo che giganteggiano nel suo maestoso atrio e invadono ogni sala in un gioco di dialogo e di rimandi con i pezzi più amati della sua collezione, le meduse in oro o malachite o bronzo nella sala dei sei Caravaggio, le due grandi teste di unicorno davanti ai Raffaello, due minacciosi cerberi che sembrano ringhiare al ratto di Proserpina scolpito da Bernini.

Intitolata "Archeology now", la mostra allestita dall'8 giugno al 7 novembre nel prestigioso museo romano, affolla uno scrigno del barocco di opere contemporanee che in realtà si dimostrano perfettamente in tema con il sogno del Cardinal Scipione e le idee degli artisti che resero unica la sua corte. Ed ecco che affiancati e spesso addirittura mimetizzati tra le opere del passato, quasi come facessero parte da sempre della collezione Borghese, si incontrano in queste stanze, già di per sé incredibili per il numero di capolavori ma anche per il fasto dell'architettura e delle decorazioni, personaggi favolosi, soggetti mitologici, rielaborazioni raffinate e coltissime di reperti archeologici, frutto della sfrenata fantasia dell'artista di Leeds, con l'esibizione di una tecnica mirabile che emerge nelle grandi tele come nelle sculture dai materiali preziosi, oro e argento, marmo, bronzo e poi cristallo di rocca, corallo, pietre dure. "Un complesso di opere frutto di 10 anni di lavoro", sottolinea Anna Coliva, l'ex direttrice della Galleria che ha avuto l'idea di questa esposizione e ne è la curatrice insieme a Mario Codognato (la rassegna ha il sostegno della Fondazione Prada, il catalogo che sarà pubblicato solo a luglio è di Marsilio).

In parte si tratta di opere già conosciute dal pubblico, protagoniste nel 2017 a Venezia di "Treasure from the Wreck of the Unbelievable", la ciclopica rassegna articolata tra Palazzo Grassi e Punta della Dogana, che in bilico tra realtà e finzione raccontava la storia del naufragio di una nave del I secolo d.C., esponendone il prezioso carico riemerso dalle acque, una collezione, appunto, che sarebbe appartenuta ad uno schiavo liberto. Alla Galleria Borghese però tutto è diverso. Non solo per le opere, molte delle quali a Venezia non c'erano. "Il fatto è che qui la narrazione non esiste", spiega Coliva, non serve più, "le opere emergono per forma, bellezza, esecuzione, tornano ad essere racconto di sé, del reperto, dell'opera che ritorna". In questo percorso di cui l'artista ha seguito puntigliosamente l'allestimento "c'è la capacità fantastica di Hirst di creare qualcosa di completamente diverso anche dalla poetica seguita fino ad ora. Qui il concettuale si unisce all'artistico, Hirst con questo lavoro chiude il cerchio".

Accanto a lei il cocuratore Mario Codognato illustra invece le tele, tutte della serie 'Colour Space' (2016), un gruppo di dipinti, dice , "che impregnano sulla tela gli stessi grandi temi affrontati nelle opere scultoree, non attraverso una mimesi della realtà, piuttosto attraverso una compenetrazione fisica tra mondo e superficie pittorica, tra l'illusorio desiderio di fermare il tempo e l'inevitabile decadimento della vita in natura".

E in effetti l'inganno è un po' il terreno di questo progetto particolarissimo, che come nota la storica dell'arte Geraldine Leardi, curatrice di uno dei saggi che accompagneranno il catalogo, "immette opere strategiche e misteriose in un luogo con una forte vocazione alla affermazione e dissimulazione di sé, al gioco di specchi e, per quanto indirettamente all'illusione". Tant'è, nella mattinata della presentazione alla stampa arriva anche il ministro della Cultura Franceschini. La direttrice Francesca Cappelletti lo accompagna nella visita, gli racconta l'emozione di un allestimento così impegnativo. Lui osserva, ascolta, applaude: "Una grande intuizione, una bellissima mostra che è anche un segno della ripresa, una prova di quanto succederà nei prossimi mesi", si accalora alla fine pigiando sull'ottimismo: "Nel Paese c'è voglia di cultura, sarà un nuovo Rinascimento". E tra gli invitati si riconosce anche lo storico dell'arte Salvatore Settis. Anche lui apprezza, loda il lavoro della direttrice e dei curatori: "In fondo è come se fosse tutta una sola fake news, quella che Scipione si è comprato le opere di Damien Hirst", scherza il professore. Come dire, insomma, che l'operazione è riuscita, l'artista che con i suoi teschi inzeppati di diamanti e gli squali in formaldeide ha provocato i suoi contemporanei come nessun altro sembra qui in piena sintonia con l'idea che dell'arte aveva il Cardinale mecenate e collezionista. 

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