Ibrahim Mahama, l'arte è sempre esperienza

L'artista ghanese ad Art-Ethics, progetto Luiss-Museo Madre

di Daniela Giammusso ROMA

ROMA - Centinaia di vecchi sedili abbandonati dei treni dismessi di seconda classe. Più un centinaio di armadietti, usati negli anni dal personale ferroviario. Oggetti-spazzatura, destinati al macero. Non per Ibrahim Mahama, classe 1987, artista ghanese tra i massimi esponenti dell'arte contemporanea africana, che li ha usati per ricreare nella galleria Whitworth di Manchester una perfetta imitazione della Camera del Parlamento del Ghana. L'ha chiamato Parlament of Ghosts, il Parlamento dei fantasmi, per il suo potere di evocare storie e ricordi di un Paese che afferma la propria indipendenza.

Da Tamale, la città dove ha studiato e vive, a Napoli e poi Roma, Ibrahim Mahama è oggi protagonista del primo Statement di Art-Ethics, il progetto biennale di ricerca e produzione artistica, nato dall'intesa tra la Fondazione Donnaregina per le Arti Contemporanee -Museo Madre e l'Osservatorio Ethos Luiss Business School, che, attraverso residenze, mostre, installazioni, talks e pubblicazioni, punta a indagare le pratiche artistiche interdisciplinari in relazione alle tematiche della multiculturalità e dell'etica contemporanea. Presentato ieri alla Luiss e in diretta via social nel corso dell'incontro "Una nuova geografia dell'arte" - alla presenza del direttore generale dell'Ateneo, Giovanni Lo Storto, e della presidente della Fondazione Donnaregina per le Arti Contemporanee, Laura Valente - il progetto che Mahama realizzerà al Madre di Napoli, a cura di Gianluca Riccio e Kathryn Weir, sarà anche la prima mostra/installazione che un museo d'arte contemporanea italiano dedica alla sua opera.

"Non ci credo ancora che siamo riusciti davvero a mettere in piedi tutto questo, in piena pandemia", sorride Mahama, incarnazione di un nuovo modo di porsi del suo continente verso lo scenario dell'arte internazionale. "Oggi il centro gravitazionale del mondo non è più, come 50 anni fa, a metà tra Londra e new York - spiega Sebastiano Maffettone, direttore dell'Osservatorio Ethos per l'Etica Pubblica -. E' quasi negli Urali e le proiezioni al 2050 lo danno sempre più verso la Cina e un po' più a Sud". Proprio come "l'arte nel mondo non è più un'estensione di New York. Ibrahim Mahama - dice - si è formato in Ghana. Non deve troppo all'Occidente. Usa materiali umili ma realizza progetti imponenti e grandiosi". "C'è sempre un'occasione interessante per viaggiare attraverso il mondo e proporre progetti a grandi musei", racconta lui, mentre sullo schermo scorrono le immagini dei suoi lavori, spesso declinati in forma di grandi installazioni ambientali dedicate a temi come la migrazione, la globalizzazione, la creazione di comunità, il lavoro e la circolazione di merci e persone attraverso confini e nazioni. Opere che lo hanno portato tre volte alla Biennale di Venezia (nel 2015, 2017 e 2019), a Documenta e poi a Kassel e Atene, alla Biennale di Sydney fino all'installazione a scala urbana per la Fondazione Trussardi a Milano. "Per me, però - dice - la domanda è sempre stata: come possiamo noi artisti produrre lavori con il contesto locale e poi cambiare la percezione che se ne aveva? Perché per me non si tratta mai solo di oggetti, ma di esperienza".

Ecco allora gli studi sui Silos mai terminati per lo stoccaggio di riserve di cibo in Ghana, le connessioni tra mappe e corpo, il Savannah Center for Contemporary Art fondato a Tamale. "Bisogna capire e tenere sempre presente il potere dell'arte - prosegue Mahama - così come la responsabilità che deriva dall'essere artisti". Ed ecco Pompei e Scampia, visitate "in piena pandemia, quindi deserte, una nuova realtà. E un vero privilegio". Saranno scenari e ispirazione del suo nuovo lavoro, progetto site-specific per il Museo Madre, inaugurato entro primavera.

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