Alimentare: confezione riciclabile paga, no le promesse green

In 1 anno giro d'affari cresciuto del 7,6%, per 10 mld in totale

Redazione ANSA ROMA

La green economy piace sulle etichette dei prodotti di largo consumo, ma quando è praticata concretanente, ad esempio dando informazioni sulla riciclabilità. Promettere sostenibilità non basta. E' quanto emerge da una analisi dell'Osservatorio Immagino su 24 claim nelle etichette alimentari presenti sugli scaffali di supermercati e ipermercati. Uno studio su oltre 26mila prodotti, quasi il 22% del totale, che nel 2020 avevano realizzato oltre 10 miliardi di giro d'affari, in crescita del 7,6% rispetto ai 12 mesi precedenti. "La percezione della sostenibilità in Italia sta cambiando - osserva Marco Cuppuni, direttore ricerche e comunicazione Gs1 Italy - e le aziende hanno bisogno di strumenti e di un approccio scientifico per misurare la sostenibilità a tutti i livelli del proprio business. Inoltre l'attenzione alla sostenibilità si sposa con la circolarità in ogni fase di vita dei prodotti". E linformazione concreta paga.

nel corso del 2020 sono aumentate le vendite che comunicano la riciclabilità del pack, sottolinea Cuppini, a scapito di chi non comunica nulla sul corretto riciclo.

Anche il cibo ha i suoi green pass per offrire garanzie sulle materie prime e sui processi produttivi. La principale certificazione per giro d'affari è Fsc (Forest Stewardship Council) con 120.411 prodotti censiti nell'ultima edizione dell'Osservatorio Immagino che hanno messo a segno una crescita del +10,1% delle vendite su base annuta, trainati da latte Uht, pasta fresca ripiena, i rotoloni di carta, la carta igienica e il pesce naturale surgelato. 

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