La base no-Covid dei ricercatori italiani in Antartide

Tecnico Cnr: 'Senza mascherina ma più isolati che nello spazio'

Benedetta Guerrera

Nella base italo-francese Concordia, in Antartide, il Covid non esiste. Le 15 persone, tra tecnici e ricercatori, che si trovano da mesi nella terra del sole di mezzanotte si abbracciano, non indossano la mascherina e la sera giocano tutti insieme a biliardino. Lontano dalla pandemia ma in quarantena di fatto. "Siamo più isolati qui che nello spazio", racconta all'ANSA Angelo Domesi, tecnico del Dipartimento scienze del sistema terra e tecnologie per l'ambiente del Cnr, che da 17 anni trascorre nella base i tre mesi dell'estate antartica.

A causa del Covid quest'anno l'isolamento è iniziato prima di mettere piede sulla terra dei ghiacci. Partito a metà ottobre, il 54enne romano ha dovuto trascorrere un periodo in quarantena a Hobart, in Tasmania. "Restavamo chiusi nella nostra camera d'albergo tutto il giorno, tranne un'uscita di 15 minuti sorvegliati da un vigilante in quello che noi chiamavamo il 'recinto delle pecore'". A novembre l'arrivo al sito Dome C, dove si trova Concordia, a bordo di un aereo militare.

"Qui di solito ci sono circa 80 persone, quest'anno a causa della pandemia ce ne sono state in media una trentina". La giornata di lavoro comincia alle 8, con il primo meeting tecnico, e finisce attorno alle 18. Ogni ricercatore può avere in carico fino a 5 progetti, tutti dedicati al cambiamento climatico. Nel periodo estivo, dove le temperature si aggirano attorno ai -30 gradi, c'è il sole per 24 ore al giorno, il che rende difficile dormire. "Noi lo chiamiamo il sonno non riposato", racconta Domesi che in questi giorni condivide il suo spazio alle base con altre 14 persone, metà francesi e metà italiane.

A fine gennaio se ne andrà e a Concordia resteranno solo i 12 che trascorreranno lì i nove mesi invernali, in completo isolamento. Fino al prossimo novembre, la "notte polare" lì separerà dal resto del mondo. Angelo, e gli altri tecnici che si sono occupati di formare i ricercatori per renderli indipendenti in questi lunghi mesi di solitudine, il 31 gennaio intraprenderanno il viaggio di ritorno a casa. Quest'anno reso ancor più complicato dal Covid. Prima si imbarcheranno su una nave italiana che dopo una traversata di 8-10 giorni li porterà in Nuova Zelanda. Lì dovranno restare a bordo fino a quando non avranno fatto un tampone. Se negativo potranno salire su un aereo per l'Europa. "Se tutto andrà bene arriverò in Italia a metà febbraio", spiega il tecnico del Cnr per il quale il ritorno a casa potrebbe essere "paradossalmente un trauma" per via delle restrizioni anti-coronavirus. "Quando sono partito a novembre speravo che le cose sarebbero migliorate e invece sono peggio di prima...".

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