Recovery Fund, per il fisico Maiani è un salvagente per la ricerca

Occasione da non perdere

Enrica Battifoglia

Il Recovery Fund è l'occasione che l'Italia non deve perdere per riprendere a investire sulla ricerca, in quanto fattore di ricchezza per il Paese: l'appello è del fisico Luciano Maiani, uno dei ricercatori italiani più prestigiosi a livello internazionale per gli studi sul mondo dell'infinitamente piccolo che hanno portato a scoprire una nuova famiglia di quark e con un'esperienza di manager della ricerca come direttore generale del Cern e come presidente prima dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) e poi del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr).

"Il Recovery Fund è l'ultima chiamata per la ricerca", ha detto Maiani all'ANSA. "Potrebbe infatti diventare l'ultima occasione per portare il finanziamento per la ricerca in Italia a livelli più accettabili, simili a quelli dei nostri diretti competitori, Francia e Germania".

Il divario tra il finanziamento della ricerca in Italia e in altri Paesi avanzati è infatti notevole, ha osservato Maiani citando l'analisi del collega Ugo Amaldi, fisico del Cern e dell'Università di Milano: aumentando lo stanziamento annuo per la ricerca di un miliardo l'anno, nell'arco di cinque anni l'Italia potrebbe raggiungere i livelli di Francia e Germania.

Lo Stato italiano investe ogni anno in ricerca lo 0,50% del Pil, mentre Francia e Germania investono lo 0,80% e l'1,0%. E' un divario che si riflette nel numero di ricercatori, che in Italia sono 5,6 per 1.000 abitanti contro 10,9 in Francia e 9,7 in Germania.Tuttavia i ricercatori italiani riescono a essere ancora molto competitivi, e sono fra i più citati e produttivi, anche rispetto ai francesi e ai tedeschi.

"Diminuiscono anche i docenti. Se procediamo lungo questa strada la ricerca italiana finirà. Non utilizzare il Recovery Fund e non approfittare di questa occasione sarebbe perdente". Quello che, per Maiani, deve essere chiaro è che "non si possono fare riforme a costo zero: occorre mettere soldi freschi e il Recovery Fund è l'occasione per farlo". Alla ricerca e ai ricercatori "servono prospettive a lungo termine": non serve, ha aggiunto, "tentare di far rientrare cervelli con contratti di qualche anno".

Serve invece, ha rilevato, "un finanziamento che si basi su contratti, infrastrutture da realizzare in Italia e un capitale umano che raddoppi nell'arco di cinque anni. Vale a dire circa 70.000 posti, una cifra paragonabile a quella prevista per uno qualsiasi dei reclutamenti speciali previsti in questi anni per gli insegnati delle scuole".
I ricercatori italiani, ha concluso, "restano se hanno prospettive di lavoro stabile" altrimenti le cercano all'estero: "in molti stanno guardando alla Cina, comincio a vedere una fuga cervelli anche verso questo Paese".

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