Coronavirus, così diventa un hacker delle cellule

Potrebbe aprire la strada a nuove terapie

Redazione ANSA

Molto più che semplici 'serrature': il recettore ACE-2 e le proteine 'integrine' presenti sulla membrana delle cellule non solo permettono l'ingresso del virus SarsCoV2, ma potrebbero consentirgli perfino di hackerare i meccanismi di autofagia preposti allo smaltimento dei rifiuti cellulari. Lo dimostra uno studio condotto dal Laboratorio europeo di biologia molecolare (EMBL) con l'Università Nazionale di San Martin a Buenos Aires, l'azienda farmaceutica Merck KgaA e l'University College di Dublino. I risultati, pubblicati sulla rivista Science Signaling, potrebbero portare allo sviluppo di nuovi farmaci anti-Covid.

I ricercatori sono giunti a questa conclusione dopo aver analizzato gli amminoacidi che compongono il recettore ACE-2 e le glicoproteine 'integrine': si sono focalizzati in particolare su brevi sequenze di amminoacidi chiamate SliMs ('Short linear Motifs', motivi lineari corti) e coinvolte nel trasmettere informazioni tra l'esterno e l'interno della cellula. Dai risultati è emerso che ACE-2 e diverse integrine contengono delle SliMs che sembrano essere coinvolte nell'endocitosi (il processo con cui la cellula internalizza molecole o corpi presenti all'esterno) e nell'autofagia (con cui la cellula smaltisce i rifiuti). “Se SarsCoV2 colpisce proteine coinvolte nell'endocitosi e nell'autofagia - commenta Balint Meszaros dell'EMBL - significa che questi processi potrebbero essere sabotati dal virus durante l'infezione”.

“Le SliMs - aggiunge Lucia Chemes dell'Università di Buenos Aires - potrebbero cambiare per accendere o spegnere i segnali per l'ingresso del virus: se trovassimo un modo per controllare questi interruttori grazie ai farmaci, potremmo impedire al virus di entrare nelle cellule”. I ricercatori, in collaborazione con l'azienda Merck KgaA di Darmstadt, stanno già valutando una serie di farmaci in grado di interferire con l'endocitosi e l'autofagia: tra questi ci sono anche candidati sorprendenti, come l'antipsicotico clorpromazina. “Se i test clinici provassero l'efficacia di alcuni di questi farmaci contro Covid-19 – conclude il bioinformatico Manjeet Kumar dell'EMBL – potremmo essere a un punto di svolta”.

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