Ricerca sugli embrioni, appello a rivedere il limite dei 14 giorni

Per fare luce sulle malattie legate alle anomalie nello sviluppo

Redazione ANSA

Estendere da 14 a 28 giorni il limite entro il quale è consentito fare ricerca sugli embrioni umani, in modo da fare luce sulle anomalie dello sviluppo e sulle cause degli aborti ripetuti: è con questo appello pubblicato su Journal of Medical Ethics che Sophia McCully, esperta di etica del King's College di Londra, riaccende l'annoso dibattito bioetico che secondo la rivista Nature sarà fra le questioni scientifiche più scottanti del 2021.

Il limite dei 14 giorni, condiviso a livello internazionale perché segna l'inizio dello sviluppo nervoso, "è diventato troppo restrittivo e, se in passato ha funzionato, non è detto che debba restare inalterato o non possa essere migliorato", afferma McCully, sottolineando come ormai ci siano tutti i presupposti tecnologici, morali e legislativi per rivedere questa norma introdotta 40 anni fa.

Secondo l'esperta britannica è arrivato il momento di cambiare, senza paura "di prendere una brutta china morale e regolatoria". Gli importanti cambiamenti che avvengono nei primi 14 giorni dell'embrione, infatti, ne condizionano lo sviluppo successivo, ma comprenderne il reale significato è impossibile se si deve interrompere la ricerca.

McCully sottolinea che la tecnologia consente di coltivare gli embrioni umani oltre il 14esimo giorno e questo può essere determinante per capire l'origine di difetti congeniti come quelli cardiaci, ma anche per aumentare il tasso di successo della fecondazione in vitro e ridurre il tasso di aborti. Non è ancora chiaro se gli embrioni animali possano essere dei validi sostituti.

Dunque, se è legale fare ricerca sui tessuti degli embrioni umani abortiti dopo il 14esimo giorno, conclude McCully, dovrebbe essere consentita anche la ricerca su embrioni della stessa età che non sono stati concepiti per l'impianto in utero.

 

Ricerca su embrioni,per Redi giusto rivedere i limiti

Sì all'estensione da 14 a 28 giorni del limite entro il quale è consentito fare ricerca sugli embrioni umani, a patto che siano quelli che rischiano di essere buttati perché non destinati all'impianto in utero: così Carlo Alberto Redi, Accademico dei Lincei e presidente del Comitato Etica della Fondazione Umberto Veronesi, risponde all'appello pubblicato su Journal of Medical Ethics dalla studiosa di etica Sophia McCully, del King's College di Londra. L'articolo ha riportato alla ribalta l'annoso dibattito bioetico sull'uso degli embrioni, che secondo la rivista Nature sarà fra le questioni scientifiche più scottanti del 2021.

McCully sostiene che il limite dei 14 giorni "è diventato troppo restrittivo" ed è convinta che sia giunta l'ora di cambiarlo, perché ci sono tutti i presupposti tecnologici, morali e legislativi per farlo. Estendere la possibilità di fare ricerca fino ai 28 giorni di vita dell'embrione sarebbe infatti cruciale per capire l'origine dei difetti congeniti, per aumentare il tasso di successo della fecondazione in vitro e per ridurre il tasso di aborti spontanei. Queste motivazioni "sono quanto mai condivisibili ed etiche", commenta Redi. "Se parliamo di embrioni che non saranno mai impiantati in utero, allora credo che tutti dovremmo convenire che sì, è etico estendere il tempo a 28 giorni, assumendoci una decisione in base all'adozione di principi di etica della responsabilità. Tutti noi siamo responsabili della vita di questi embrioni che finirebbero gettati, distrutti: nessuno li reclama, il loro destino è la morte", sottolinea l'esperto. "E dunque ben venga che partecipino alla vita, ora che sono tra noi, donando conoscenza".

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