Coronavirus, è aumentata la carica virale nei tamponi

Da 10.000 a 1 milione di particelle per millilitro. Spia di nuovi casi

Enrica Battifoglia

Nei tamponi prelevati in questi ultimi giorni è decisamente aumentata la carica virale, ossia il numero delle copie di materiale genetico del nuovo coronavirus presenti in un millilitro di materiale biologico in esame. Il fenomeno potrebbe essere la spia dell'emergere di nuove infezioni, una possibile nuova ondata che sta provocando numerosi focolai e che, intercettata sul nascere, potrebbe essere ancora controllata.

"Tra fine luglio e i primi di agosto tutti i campioni positivi avevano la carica inferiore a 10.000 particelle di virus per millilitro di tampone", ha detto all'ANSA il virologo Francesco Broccolo, dell'Università Milano Bicocca e direttore del laboratorio Cerba di Milano. "Ora - ha proseguito riferendosi ai dati rilevati nel suo laboratorio - circa la metà dei tamponi rilevati nell'ultima settimana supera il milione di copie di materiale genetico del virus, l'Rna, presenti nelle particelle virali infettive in un millilitro di tampone".

Si rilevano inoltre casi nei quali il numero di copie è di un miliardo: "questo può voler dire - ha osservato il virologo - che il virus si replica bene in alcuni organismi e che questi soggetti potrebbero essere dei super diffusori. Vale a dire che le goccioline di saliva emesse con un colpo di tosse o con uno starnuto potrebbero contenere un numero elevato di particelle virali".

L'ipotesi, secondo l'esperto, è che siano infezioni molto recenti, all'esordio: mentre fino a fine luglio vedevamo tamponi di infezioni acquisite nelle settimane precedenti, in sostanza code di infezioni in via di guarigione e che in alcuni casi possono persistere anche per più di tre mesi prima che il virus sia completamente eliminato dall'organismo".

Un'ipotesi che vede d'accordo l'infettivologo Massimo Galli, dell'Ospedale Sacco e dell'Università Statale di Milano: la presenza di una forte carica virale rilevata nei tamponi, ha osservato, "è purtroppo un fenomeno che nell'ultimo periodo si è verificato più volte e che è il segnale di molte nuove infezioni". Si tratta di una situazione decisamente diversa da quella che tempo fa aveva generato un dibattito sulla possibilità che alla fine del fine lockdown il virus avesse perso mordente e che, secondo Galli, "era probabilmente nata dalla constatazione che persone portatrici da tempo del l'infezione, se esaminate, appunto, dopo una 'lunga convivenza' con il virus non avessero una grande replicazione virale.

Questo, però, non accadeva perché il virus si fosse indebolito: tutto dipendeva da chi si andava a valutare. Stabilire da quanto tempo una persona è infettata è spesso difficile, specie se i sintomi della malattia sono modesti o mancano del tutto. È importante - ha rilevato Galli - che si dibattano temi come questi nella comunità scientifica, ma può accadere di dover ripensare a conclusioni tratte senza che tutti i termini del problema fossero ben definiti".

Un altro fenomeno probabilmente era presente fin dall'inizio dell'epidemia, ma che si va definendo solo adesso, è la presenza dei cosiddetti 'superdiffusori': "è il caso di una ragazza di 20 anni nel cui tampone è stata riscontrata una carica virale di circa un miliardo per millilitro e di un uomo di 42 anni con una carica di 2,9 miliardi", ha detto Broccolo.
"Per verificare che siano effettivamente dei super diffusori bisognerebbe fare un test, ma è possibile - ha concluso - che una carica virale così alta sia il presupposto per una buona capacità di infettare".

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