Simona e il linfoma, i medici mi sembravano giganti buoni

Il mio consiglio: non pensare e seguire le indicazioni mediche

Redazione ANSA

A Simona Antonaci, che aveva appena 15 anni , il professor Franco Mandelli, ematologo di fama internazionale e a lungo presidente dell'Ail, Associazione italiana contro le leucemie, i linfomi e il mieloma, è sembrato un gigante durante la prima visita nel maggio 1988. Un gigante di quelli buoni, che trasmettevano serenità. È stato lui a diagnosticarle un linfoma di Hodgkin al secondo stadio, con un semplice tocco delle mani.
    Naturalmente, per avere la certezza che si trattasse proprio di questa patologia, è stato necessario aspettare il risultato delle analisi ma per lei, che era molto giovane, il quadro ha iniziato ad essere finalmente chiaro. Come il percorso di cura. Nell'anno precedente erano iniziati dei fastidi: le era stata diagnosticata una broncopolmonite che andata avanti per mesi, durante il periodo invernale aveva la febbre tutte le sere, accompagnata da grandi sudate e dolori al torace. Per i medici si trattava di dolori intercostali legati alla crescita, fino a che il primo maggio 1988 Simona non si è svegliata con i linfonodi ingrossati. Il collo sembrava triplicato ma lei non ha voluto rinunciare a una giornata di svago con un'amica e ha deciso di nascondere tutto ai genitori usando un foulard. Al rientro, però, stava molto male, aveva la febbre alta e sudava copiosamente. La mamma e il papà hanno quindi preso in mano la situazione e sono iniziate le visite specialistiche. Si era anche pensato a una mononucleosi, fino all'approdo di Simona appena una settimana dopo, dal professor Mandelli e la successiva conferma della diagnosi di tumore. Sono iniziate così le cure al Policlinico Umberto I, la chemioterapia e radioterapia, da fine giugno a fine agosto, gli incontri con il professor Marco Vignetti, le dottoresse Annamaria Testi e Maria Luisa Moleti e gli altri medici e infermieri del reparto. Due mesi molto intensi e difficili. La cosa positiva, però, è che Simona è entrata in quella che all'epoca era la sperimentazione di un farmaco per la fertilità che poi ha dato i suoi effetti, con la nascita di due figli. "I miei genitori - spiega inoltre la donna- mi sono stati vicini in modo fantastico e così mio fratello, parenti e amici. Anche lo staff che mi ha curato è stato splendido, offrendomi il più possibile sicurezza e tranquillità. La sensazione di negatività c'era, ma non ho mai pensato di non farcela". A scuola, invece, le cose sono andate meno bene per Simona. È stata presa in giro perché indossava la parrucca (trovarne una con i capelli rossi come i suoi era difficile), alcune compagne hanno cominciato a declinare gli inviti per trascorrere dei giorni insieme in vacanza, tranne un'amica, Michela.
    Dai 16 anni, poi, Simona ha iniziato però per fortuna a stare bene e a fare i controlli di routine. Poi nel 2005, quando era già diventata mamma di una splendida bambina e incinta di un secondo, dopo un dolore sotto l'orecchio che si era amplificato la scoperta che qualcosa nuovamente non va. Il 24 aprile, mentre è in viaggio, le viene chiesto di rientrare con urgenza a Roma, perché era necessario togliere un nodulo che trovava compatibilità con un carcinoma cilindrinforme asportazione parotidea. Sia nella Capitale che a Milano, dove era andata per un consulto, le consigliano di interrompere la gravidanza in corso perché poteva portare problemi ormonali, ma questo non è il desiderio di Simona. Trova una ginecologa che lei definisce fantastica e che la tranquillizza. Poi un chirurgo maxillo-facciale che acconsente ad operarla, ed entra in sala operatoria alla ventesima settimana di gestazione. Tutto va bene, nasce il bimbo e si ritorna alla normalità. Sette anni trascorrono sereni, fino al 2012. Durante una cena a casa col marito, lasciati i bimbi ai nonni, un fastidio al seno e la scoperta che di nuovo qualcosa non va per il verso giusto. È ancora il momento di ricominciare a lottare e per fortuna tutto va a finire bene. Simona sente nuovamente forte la vicinanza dei genitori, del fratello, di parenti e amici. Spiega di aver trovato nel volontariato, quando le è possibile esercitarlo, un modo per far sentire la sua vicinanza all'Ail.
    "Ti fa sentire parte - evidenzia- di una grande famiglia da cui ti senti accolta". "Pensando al tumore - aggiunge- non lo associo al dolore o alla rabbia. Più alla voglia di combattere la malattia. Sono fortunata a poter raccontare la mia storia: quella contro una neoplasia e' una lotta che ti pone davanti all'opportunità di vincere". "La prima cosa che consiglierei a chi sta affrontando ora la malattia - conclude - è non pensare a cosa può succedere, lottare e attenersi a ciò che viene consigliato. I medici ci dicono quello che con la loro esperienza sanno".
   

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