Rosanna Banfi, da paziente a madrina di Race for the Cure

Anche sui giornali per dire 'del tumore non bisogna vergognarsi'

Redazione ANSA ROMA

"Quando partecipai per la prima volta alla Race for the Cure ero senza capelli, gonfia, sotto chemio.
    Non volevo farmi vedere in quelle condizioni. Ma, appena arrivata, vidi migliaia di donne come me. Allora non sono sola, mi sono detta". Rosanna Banfi festeggia oggi i dieci anni in salute e dieci anni da madrina della celebre corsa contro il tumore al seno. Ma, a distanza di tanto tempo, non dimentica la sensazione da cui venne accolta, la sua prima volta al Circo Massimo dalle Donne in Rosa.
    Volto noto della televisione, attrice e ristoratrice, o meglio ristor-attrice come lei stessa si definisce, Rosanna aveva 45 anni quando per si accorse che qualcosa, nel suo seno, non andava. "Mi sono accorta della presenza di una piccola pallina dura mentre facevo il bagno, era il Natale del 2009.

Tutto sommato la cosa non mi preoccupava troppo, e un mese dopo, senza particolare ansia, feci una mammografia che diede risultato negativo. Solo per scrupolo, feci anche una ecografia mammaria". In questo caso però appena posizionato l'ecografo sul seno il medico cambiò espressione. "Ricordo che passava e ripassava su un preciso punto, senza dire nulla. Fino a che sentenziò: c'è qualcosa che non va, dobbiamo approfondire e dobbiamo farlo subito". Rosanna aveva allora due figli di 11 e 14 anni, una vita normale, un marito vicino. Allora la parola 'nodulo' non le sembrava particolarmente preoccupante. Ma nel giro di poco fu invece chiaro che era maligno e andava tolto.

La prima operazione avvenne nel giro di tre settimane, ma si scoprì presto che il tumore aveva creato una metastasi, quindi seguì un secondo intervento con asportazione dei linfonodi ascellari. Un nuovo intervento per inserire il catetere venoso centrale (Port), quindi la chemio, la radioterapia e il trattamento ormonale. Fu un periodo molto difficile, fisicamente e non solo, durato circa un anno. "Gli interventi e gli effetti della terapie sono stati pesanti, non ero preparata: non solo nausea ma anche spossatezza, dolori, insonnia, gonfiore". Fu il padre Lino Banfi, in un'intervista alla 'La vita in diretta', a svelare che la figlia era stata operata per un cancro. Da quel momento fu sommersa da telefonate, richieste di interviste, ma anche offerte di solidarietà, non solo da parte di amici e conoscenti ma anche di perfetti sconosciuti. "Il mio volto finì su tantissimi giornali, persino in copertina. Veder rilanciare all'improvviso la mia immagine per via della malattia mi dava una strana sensazione. Ma in quel momento, per me, l'importante era trasmettere il messaggio che non bisogna vergognarsi del tumore, ma andare a testa alta". Fu così che venne notata e invitata dal professor Riccardo Masetti, responsabile del Centro di Senologia del Policlinico Gemelli Irccs e presidente di Komen Italia, a partecipare alla Race for the Cure, la corsa lanciata in tutto il mondo dall'associazione dedicata alla donna americana morta a 36 anni per un cancro al seno. "Appena arrivata mi calai un cappello rosa in testa per cercare di nascondermi, ma poi mi guardai intorno e vidi migliaia di donne come me, chi pelata chi con la parrucca. Chi bella e chi brutta.

Ma tutte a testa alta. Allora non sono sola, ho detto. Ed è scattata una molla in me".
    Oggi Rosanna Banfi continua scrupolosamente a fare i controlli di routine, ma non più con la tanta paura che aveva, ogni volta, un tempo. E festeggia i suoi 10 anni in salute e i dieci anni da madrina della Race, insieme a Maria Grazia Cucinotta. Da una partecipazione iniziata per caso, ora il suo volto è diventato uno dei simboli della lotta contro il tumore.
    Con t-shirt rosa e scarpe da ginnastica correrà anche quest'anno, nella ventesima edizione italiana della corsa delle donne in rosa, domenica 19 maggio al Circo Massimo per sensibilizzare alla prevenzione, ma anche per dimostrare vicinanza a chi affronta ora il cammino che lei ha già superato.
    "Auguro a tutte le donne con tumore di trovare tanta solidarietà. Le cure sono importanti, ma lo è anche il non sentirsi soli e il continuare a sentirci donne". Sicuramente, conclude, "la malattia ti mette di fronte alla fragilità della vita ma, nel momento in cui la superi, diventi più forte, soprattutto se riesci ad aprirti con chi ti sta intorno".
   

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