Giampiero e la malattia, con la montagna e il volontariato un nuovo abbraccio alla vita

Redazione ANSA

Non deve più rinunciare da qualche anno alla montagna, una delle cose che gli piacciono di più, Giampiero Garuti. Quelle Dolomiti in Val Pusteria che sono la sua passione, l'Appennino tosco-emiliano e i suoi scenari suggestivi. Ora la bellezza e la quiete di questi luoghi possono nuovamente tornare a riempirgli gli occhi e il cuore: fa escursioni, per lo più camminate anche di 10-12 chilometri. Alla sua vita si è inoltre aggiunto un ruolo importante, quello di volontario per la sezione di Bologna dell'Ail, l'Associazione italiana contro le leucemie, i linfomi e il mieloma, una cosa a cui tiene molto perché spiega che gli consente di ricambiare, in minima parte, grandi doni che sente di aver ricevuto.

Giampiero, che si definisce uno "splendido settantenne" ha superato una malattia oncoematologica, la mielofibrosi, un raro e aggressivo tumore del sangue che colpisce generalmente dopo i 65 anni d'età. Una patologia contro la quale ha vinto anche grazie al sostegno della moglie, che lo ha accompagnato in un cammino spesso accidentato, fatto di cure sperimentali che purtroppo non hanno dato il risultato sperato e infine di un trapianto di cellule staminali. Durante le cure ha cercato, nei limiti del possibile, di non mettere da parte le cose che erano parte integrante della sua vita: ha ricoperto infatti anche il ruolo di vicesindaco del suo paese, che gli era stato proposto dopo la pensione.

La storia della malattia inizia ufficialmente nel 2008, in ottobre. È in quel momento, infatti, che gli viene diagnosticata la mielofibrosi, ma il percorso inizia molto prima, dalla fine del 2001- inizio del 2002. "Alla fine del 2001- spiega infatti - ho eseguito un emocromo con ricerca del Psa per semplice controllo, avendo già 52 anni. Vedendo l’esito di tale esame, che ovviamente evidenziava anomalie, un medico mi ha consigliato di effettuare dei controlli presso l’istituto di ematologia “Seragnoli” di Bologna. Quindi nel 2002 è iniziata la mia vita di paziente oncoematologico con una diagnosi di trombocitemia essenziale. Da allora si sono susseguiti controlli periodici e l’assunzione, al bisogno, di idrossiurea in dosaggio variabile a seconda dell’andamento della iperpiastrinemia che ha avuto anche valori molto elevati quando la malattia è mutata da trombocitemia essenziale in policitemia vera. Nel 2008 una nuova mutazione della patologia ha portato alla diagnosi di mielofibrosi e da quel momento sono iniziati a comparire sintomi via via più importanti, peraltro caratteristici della malattia, come stanchezza, ingrossamento della milza, dolori ossei, febbre, sudorazione notturna".

Insieme alla malattia iniziano anche le difficoltà e i momenti di sconforto: "È un momento critico- aggiunge Giampiero- incassi e ti domandi: perché a me? e soprattutto cosa posso fare?". Partono le ricerche sul web, le visite da diversi ematologi, e infine la conferma di Bologna come luogo di cura e la sperimentazione purtroppo senza esito positivo di due farmaci (una sospesa e un'altra per la quale l'efficacia del farmaco si è esaurita nel giro di un anno). "L'affetto mantiene in vita, anche nei momenti difficili" specifica Giampiero, che ricorda anche le difficoltà persino per fare 100 metri a piedi.
"A quel punto, arrivati alla fine del 2012, la mia unica possibilità di sopravvivenza rimaneva il trapianto eterologo di cellule staminali emopoietiche" rileva. "Comprendo che tale scelta non fosse affatto semplice essendo io un paziente di quasi 65 anni (allora considerata un’età limite) abbastanza debilitato anche se privo di altre patologie - sottolinea- fatti tutti gli accertamenti del caso nel giugno del 2013 mi venne asportata la milza in quanto la sua dimensione abnorme (7 Kg) avrebbe compromesso la riuscita del trapianto. Nel dicembre dello stesso 2013 ho avuto il trapianto (per chi lo affronta è come nascere una seconda volta) e tutto è andato bene, anche se il post ha comportato qualche difficoltà che i bravissimi ematologi del “Seragnoli” hanno saputo superare. Uno dei problemi era rappresentato dal fatto che il mio gruppo sanguigno era 0+ mentre il gruppo del donatore era A+ e ciò ha comportato l’assunzione di forti dosi di farmaci antirigetto (cefalosporine), cortisonici". 

"Il periodo del trapianto - evidenzia ancora Giampiero- è stato impegnativo. Per fortuna non ho sofferto troppo per la chemio preparatoria,ma sono rimasto 45 giorni in ospedale in isolamento. Il periodo peggiore, però, è iniziato dopo, una volta dimesso sono rientrato a casa. La tensione che mi aveva fino a quel momento sostenuto è crollata, ho avuto come un periodo di vuoto, non sapevo cosa dovevo fare. L'Ail offre assistenza psicologica e questo mi ha aiutato tantissimo". "Nel dicembre scorso - prosegue -al controllo medico mi hanno detto che posso considerarmi definitivamente guarito. Già da più di 3 anni la qualità della mia vita è eccellente, non assumo più farmaci, faccio escursioni in montagna di 10 – 12 chilometri e soprattutto posso fare il volontario". "A chi affronta oggi la malattia- conclude- vorrei dire che servono tempo e pazienza: le malattie oncoematologiche sono oggi in molto casi lunghe ma curabili. Soprattutto è importate pensare, anche se è difficile, che il paziente non è la malattia. Io non sono il tumore, io sono io con qualche problema".

 

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