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Appello oncologi, il rinvio del richiamo mette a rischio i fragili

Appello oncologi, il rinvio del richiamo mette a rischio i fragili

Foce, seconda dose entro 21 giorni o non si sviluppa protezione. Caregiver oncologici senza vaccino, se fuori regione

ROMA, 06 maggio 2021, 19:41

(di Manuela Correra)

ANSACheck

Appello oncologi, il rinvio del richiamo mette a rischio i fragili - RIPRODUZIONE RISERVATA

Appello oncologi, il rinvio del richiamo mette a rischio i fragili - RIPRODUZIONE RISERVATA
Appello oncologi, il rinvio del richiamo mette a rischio i fragili - RIPRODUZIONE RISERVATA

Estendere i tempi per la somministrazione della seconda dose dei vaccini Pfizer e Moderna a 42 giorni, anzichè effettuare il richiamo a 3 o 4 settimane come previsto, potrebbe rappresentare un rischio per i pazienti fragili. Per loro, infatti, la risposta immunitaria che si sviluppa dopo la prima dose è ridotta ed allungare i tempi per il richiamo può rappresentare un pericolo. Oncologi, cardiologi ed ematologi avvertono che la nuova tempistica indicata nell'ultima circolare del ministero della Salute, con l'obiettivo di vaccinare un maggior numero di persone rimandando le seconde dosi, non può essere applicata ai malati più fragili e lanciano un appello al ministro della Salute e al Comitato tecnico scientifico (Cts).

A chiarire i motivi della "preoccupazione" espressa dagli esperti è Francesco Cognetti, presidente della Federazione degli oncologi, cardiologi e ematologi (Foce) : "La seconda dose del vaccino anti-Covid va fatta entro i 21 giorni ai più fragili. I pazienti oncologici in trattamento attivo, in particolare, devono essere vaccinati con la seconda inoculazione entro 21 giorni. Le evidenze scientifiche infatti dimostrano che questi soggetti estremamente vulnerabili hanno meno probabilità rispetto alle persone sane di sviluppare una risposta anticorpale dopo la prima dose del vaccino prodotto da Pfizer e dovrebbero avere la priorità della seconda dose entro tre settimane". Pur comprendendone gli obiettivi, gli esperti si dicono quindi molto preoccupati per la decisione del Cts di estendere l'intervallo fra la prima e la seconda dose dei due vaccini anti Covid a mRNA anche ai pazienti fragili. Da qui l'appello al ministro della Salute, Roberto Speranza, che non venga applicata la circolare ai pazienti oncologici - che presentano un rischio maggiore di complicazioni se contagiati da Covid, con un tasso di mortalità del 30% in caso di ospedalizzazione - e, con ogni probabilità, anche a tutti coloro che sono considerati estremamente fragili. Uno studio recente pubblicato su Lancet Oncology, chiarisce Cognetti, ha dimostrato che la risposta anticorpale dei pazienti colpiti da tumori solidi e del sangue dopo la prima dose di vaccino è molto più bassa che in persone normali e che tale risposta si consolida solo dopo la seconda dose. Il tempo migliore per il richiamo deve rimanere quindi dopo 21 giorni. Lo studio è stato condotto dal King's College di Londra. Sono stati arruolati 151 pazienti con tumori solidi o ematologici e 54 persone sane che hanno ricevuto la prima dose del vaccino di Pfizer. Circa 21 giorni dopo l'inoculazione, solo il 38% dei pazienti con tumori solidi e il 18% con neoplasie ematologiche presentava un titolo positivo di immunoglobuline (IgG) rispetto al 94% delle persone sane. Considerando coloro che hanno ricevuto la seconda dose entro tre settimane, il 95% dei pazienti con tumori solidi e il 60% dei pazienti con neoplasie ematologiche hanno evidenziato una adeguata risposta anticorpale. Invece, tra coloro che non hanno ricevuto la seconda dose il 21/mo giorno, solo il 30% dei pazienti con tumori solidi e l'11% dei pazienti con tumori ematologici hanno sviluppato una risposta contro il virus.

"Questi risultati - conclude Cognetti - sono analoghi a quelli preliminari finora conseguiti in uno studio tuttora in corso presso l'Istituto Regina Elena di Roma e l'Istituto San Gallicano di Roma in 816 pazienti con neoplasie solide in trattamento attivo o che hanno ricevuto il trattamento negli ultimi sei mesi. Su oltre 700 pazienti finora esaminati solo circa la metà risulteranno immunizzati dopo la prima dose e circa il 70% dopo un mese dalla seconda dose". 

 

Caregiver oncologici senza vaccino, se fuori regione

Le famiglie in lotta contro un tumore, costrette a curarsi fuori regione o fuori dal proprio paese, oltre a fronteggiare una malattia difficile e per di più lontano dalla propria casa, hanno in questo periodo un problema in più, la difficoltà a ricevere il vaccino contro il Covid-19. Tranne alcune eccezioni, per i caregiver dei pazienti oncologici che non si trovano nel loro luogo di residenza, essere vaccinati è quasi impossibile o comunque estremamente difficile. A lanciare un appello al Governo affinché queste famiglie non siano abbandonate a se stesse sono le associazioni di volontariato in oncologia.
"Ogni anno in Italia - spiega Angelo Ricci, presidente della Federazione Associazioni Genitori e guariti Oncoematologia Pediatrica (Fiagop) - si ammalano di tumore 2.200 tra bambini e ragazzi. Per curarsi, in circa tre casi su dieci sono costretti a spostarsi fuori regione per settimane o mesi. Una migrazione che in genere va dalle regioni del Sud verso il Lazio, la Lombardia, il Veneto, la Toscana, l'Emilia Romagna". Come Roberta che, dalla Sardegna, un mese fa è arrivata a Roma per curare la figlia di 5 anni, a cui è stato diagnosticato un miosarcoma. "Passo tutto il giorno accanto a mia figlia, che non va a scuola e non può avere contatti con nessuno perché le terapie che segue provocano un forte abbassamento delle difese immunitarie - racconta -. Il mio terrore è ammalarmi di Covid e poterglielo trasmettere o esser contagiata e non poterle stare accanto". Vaccinare caregiver di pazienti fragili serve anche a evitare che portino l'infezione in ospedale o nelle case famiglie, o che possano ammalarsi loro stessi, non potendo più svolgere il loro indispensabile ruolo. Per questo sono stati inseriti come categoria prioritaria nel piano nazionale vaccinale. C'è però un sottogruppo dimenticato all'interno di questa categoria, e sono quelli costretti a migrare fuori regione. La circolare del ministero della Salute ne prevede la vaccinazione purché siano domiciliati nella regione in cui sono in cura, ma per questi genitori, nella maggior parte dei casi, fare il vaccino anti Covid è una sorta di odissea. "Sono forse i più fragili tra i fragili - spiega Renato Fanelli, medico di famiglia, oncologo e past president dell'associazione Peter Pan onlus - e se h24 ti prendi cura di un figlio con tumore anche cambiare domicilio può esser non semplice. Per questo alcune strutture in cui sono in cura si prendono in carico di farlo o ci sono iniziative di associazioni locali per aiutarli, ma manca informazione e la maggior parte resta senza. E in questo limbo si trovano anche i tanti bambini stranieri venuti a curare un tumore in Italia".
"L'applicazione dell'indicazione ministeriale - precisa Marco Zecca, presidente Associazione ematologia e oncologia pediatrica (Aieop) - dipende dall'organizzazione regionale o meglio delle singole strutture. Ad esempio, al San Matteo di Pavia stiamo vaccinando tutti i pazienti in cura da noi o, quando non è possibile, i loro caregiver, a prescindere da residenza o domicilio". Ed è così, testimoniano le associazioni, anche al Gaslini di Genova e al Regina Margherita di Torino. "Siamo fiduciosi - conclude Ricci - che venga raccolto il nostro invito a proteggere tassativamente queste persone. Lanciamo un appello al Governo, alle regioni e ai centri oncologici: il problema è ora, queste famiglie non possono aspettare". 
   

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