Covid: il geriatra è presente solo in una Rsa su 10, ma ha ruolo essenziale

Landi (Sigg), la pandemia ha mostrato che vanno riorganizzate

Redazione ANSA ROMA

Solo una Rsa su 10 può contare in modo stabile sulla figura del geriatra, ovvero il medico specializzato nella cura degli anziani. In alcune manca persino l'infermiere notturno e in generale c'è una grande disparità di assistenza tra le regioni. La pandemia ha messo in luce la situazione critica in cui versano molte delle 7.000 Residenze Sanitarie per Anziani presenti sul territorio e che ospitano circa 300.000 persone. A puntare l'attenzione sui luoghi a cui affidiamo i nostri anziani e in cui si sono concentrati i decessi per Covid-19 nella prima ondata della pandemia è Francesco Landi, neoeletto presidente della Società Italiana di Geriatria e Gerontologia (Sigg).
    Uno dei paradossi di queste strutture, osserva Landi, direttore dell'Uoc di Geriatrica al Policlinico Gemelli di Roma, è che la figura del geriatra "non è prevista tra i requisiti organizzativi ai fini dell'accreditamento delle Rsa e sono poche le regioni che lo prevedono in modo vincolante. Di conseguenza, questa figura è presente in modo stabile in appena il 10%". La pandemia ha mostrato che, proprio a partire da qui, bisognerebbe "riorganizzare tutto il sistema dell'assistenza in Rsa, prevedendo standard adeguati e uniformi, controlli di qualità che tengano conto di tutti gli aspetti e promozione delle best practice".
    Non solo nelle Rsa, ma anche al di fuori, gli anziani stanno pagando, e non solo in termini di vite, il costo più alto per la pandemia Covid. "La necessità di ridurre le interazioni sociali - spiega Landi - ha avuto un impatto negativo sulla salute ma anche sull'umore e a volte sulle capacità cognitive.
    L'isolamento domestico ha comportato una forte riduzione di attività fisica con conseguenze negative soprattutto in chi soffre di osteoporosi, artrosi, Parkinson, diabete, malattie cardiovascolari". Da un punto di vista psicologico, inoltre, "l'anziano può avere una percezione più acuta della lontananza dai propri cari, legata ad una prospettiva del futuro più ristretta". Infine, la paura di contrarre l'infezione ha spesso causato un rallentamento di controlli e cure per altre patologie, che ha inciso sull'aumento della mortalità. "Questo aspetto - sottolinea l'esperto - è ben documentato per cuore, polmone, ictus e diabete". 
   

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